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	<title>Il mecenate d&#039;anime &#187; innovazione</title>
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	<description>Storytelling by Andrea Bettini</description>
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		<title>&#8220;Il futuro non sono in grado di prevederlo. So solo che voglio farlo&#8221; Cesare Cacitti</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Oct 2014 10:27:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Bettini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un giorno è sul palco del TedxLecce a parlare di futuro. Il giorno prima è su i banchi di scuola. Il giorno dopo, a capire come dare concretezza e sostanza ai suoi sogni.

Cesare Cacitti, quindici anni, ha diverse passioni. Gli piace la musica. Suona il pianoforte e ha scoperto pure il clarinetto. Gli piace lo sport. Due volte alla settimana la piscina diventa la sua palestra. Gli piace stare all’aria aperta, per questo è facile incontrarlo in sella alla sua bicicletta per le strade di Dueville, il paese dove vive a pochi chilometri da Vicenza. Ma Cesare ha anche altre passioni e queste si chiamano: informatica, elettronica e stampa 3D. Per capire da dove arrivino queste ultime passioni occorre andare indietro di qualche anno.
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Ascolta la storia</strong><br />
<audio src="http://www.ilmecenatedanime.it/wp-content/uploads/2014/10/il_mecenate_danime_cesare_caciti.mp3" controls="controls">Il tuo browser non supporto elementi audio</audio><br />
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<p><a href="http://cesarecacitti.wordpress.com/" target="_blank"><img src="http://www.ilmecenatedanime.it/wp-content/uploads/2014/10/Cesare_Cacitti_con_la-sua_prima_stampante_3D-copy-e1414578020575.jpg" alt="" title="Cesare Cacitti con la sua prima stampante 3D" width="450" height="299" class="aligncenter size-full wp-image-3509" /></a></p>
<p>Un giorno è sul palco del <a href="http://www.tedxlecce.it/" target="_blank">TedxLecce</a> a parlare di futuro. Il giorno prima è su i banchi di scuola. Il giorno dopo, a capire come dare concretezza e sostanza ai suoi sogni.</p>
<p><strong><a href="http://cesarecacitti.wordpress.com/" target="_blank">Cesare Cacitti</a></strong>, quindici anni, ha diverse passioni. Gli piace la musica. Suona il pianoforte e ha scoperto pure il clarinetto. Gli piace lo sport. Due volte alla settimana la piscina diventa la sua palestra. Gli piace stare all’aria aperta, per questo è facile incontrarlo in sella alla sua bicicletta per le strade di Dueville, il paese dove vive a pochi chilometri da Vicenza. Ma Cesare ha anche altre passioni e queste si chiamano: informatica, elettronica e stampa 3D. Per capire da dove arrivino queste ultime passioni occorre andare indietro di qualche anno.</p>
<p>È il 2005 e durante la festa per il suo settimo compleanno tra palloni, giochi e t-shirt, riceve pure un piccolo kit di elettronica. Per Cesare è un’immediata attrazione. Durante i festeggiamenti si apparta ed inizia subito ad appassionarsi a quello che apparentemente doveva essere un gioco in scatola, come tanti altri. Inizia a sperimentare. Soddisfa le sue curiosità studiando. Stimola il suo pensiero ragionando.  Ma soprattutto fa. Costruisce, mette in pratica le cose che ha appreso. Questa sua modalità sintetizzabile in curiosità/studio/sperimentazione continuerà ad accompagnarlo anche in seguito. Tant’è che qualche anno dopo ad attirare la sua curiosità sono altri due elementi: la tecnologia open-source e i primi articoli che parlano delle stampa in 3D.</p>
<p>Cesare capisce che per approfondire questi temi ha bisogno di prendere maggiore dimestichezza con l’inglese. Vai su YouTube e segue i tutorial per apprendere al meglio questa lingua. Fatto questo arriva il momento del grande confronto. La nuova sfida si chiama <a href="http://www.arduino.cc/" target="_blank">Arduino</a>. Si fa spedire a casa  una scheda elettronica, dopodiché inizia a “giocare” come piace fare a lui con la progettazione di circuiti elettrici. Si costruisce il suo primo cubo led e poi un tavolo da lavoro, un mini CNC attraverso il quale si costruisce i pezzi per costruire la sua prima stampante 3D. È agosto del 2013. È l’inizio di un nuovo sogno.</p>
<p><a href="http://cesarecacitti.wordpress.com/" target="_blank"><img src="http://www.ilmecenatedanime.it/wp-content/uploads/2014/10/Cesare_Cacitti_stampante_nuova-300x224.jpg" alt="" title="Cesare Cacitti stampante 3D nuova" width="300" height="224" class="alignleft size-medium wp-image-3512" /></a></p>
<p>Di questo ne parla anche in un tema a scuola, dove scrive delle sue stampanti 3D e di cosa vuole fare, la maestra gli sottolinea che questo potrà accadere solo nei suoi sogni, inconsapevole però che per Cesare i sogni sono sinonimo di progetti concreti da realizzare. Inizia a stampare porta penne, robottini, braccialetti e cover per telefonini personalizzate per gli amici. Un giorno stampa anche un piccolo pezzo di ricambio per la tenda elettrica della nonna che si era rotta. Ma soprattutto con quella prima stampante ora ne sta stampando un’altra. Perché è questo quello che vuole fare Cesare Cacitti: costruire e vendere stampanti 3D low cost in tutto il mondo.</p>
<p><a href="http://cesarecacitti.wordpress.com/" target="_blank"><img src="http://www.ilmecenatedanime.it/wp-content/uploads/2014/10/Cesare_Cacitti_TedxLecce-214x300.jpg" alt="" title="Cesare Cacitti sul palco del TedxLecce" width="214" height="300" class="alignright size-medium wp-image-3514" /></a>Questo suo progetto oggi ha vinto un percorso di incubazione messo in palio dal <a href="http://www.premiogaetanomarzotto.it/" target="_blank">Premio Gaetano Marzotto</a>. Mettere a disposizione di ogni famiglia una stampante 3D a basso prezzo è qualcosa di più che una semplice idea. Cesare Cacitti è probabilmente il più giovane startupper italiano. Cesare Cacitti è probabilmente pure anche il più giovane maker italiano. Ma soprattutto Cesare Cacitti è un ragazzo di quindici anni che ha le idee molto chiare.</p>
<p>La madre di Cesare, Lidia Zocche, mi dice: “<em>Con lui in casa ho il futuro che diventa presente</em>”. Sarà per questo che quando chiedo a Cesare cosa vuole fare da grande mi risponde: “<em>Il futuro non sono in grado di prevederlo. So solo che voglio farlo</em>”.</p>
<p>Intanto è un altro pomeriggio di un autunno soleggiato nella provincia di Vicenza. Cesare prende la sua bicicletta e va a farsi un bel giro. Farà tappa anche in un’azienda di filamenti per stampa 3D, ma questo fa parte del suo quotidiano lavoro di costruzione del proprio futuro.</p>
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		<title>Io sono montagna &#8211; Matteo Majer</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Mar 2014 09:07:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Bettini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Mentre guarda una sua foto da bambino è pervaso da due sensazioni. La prima è quella di desiderio di libertà. Desiderio, di essere liberato da tutto ciò che “gli altri” si aspettano da lui. La seconda è quella di compiacimento, dato dallo scorrere di una bucket list, dove le cose che aveva desiderato fare, le ha effettivamente realizzate. Su quella foto c’è un altro elemento. È una montagna. Fa da sfondo alla sua immagine di ragazzino spensierato. Quella montagna, è oggi un elemento caratterizzante il suo approccio alla vita. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Ascolta la storia</strong><br />
<audio src="http://www.ilmecenatedanime.it/wp-content/uploads/2014/03/Ilmecenatedanime_Matteo_Majer.mp3" controls="controls">Il tuo browser non supporto elementi audio</audio><br />
<a href="http://www.ilmecenatedanime.it/wp-content/uploads/2014/03/Ilmecenatedanime_Matteo_Majer.mp3"><em>Scarica la storia (mp3)</em><strong> </strong></a><strong> </strong></p>
<p>Mentre guarda una sua foto da bambino è pervaso da due sensazioni. La prima è quella di desiderio di libertà. Desiderio, di essere liberato da tutto ciò che “gli altri” si aspettano da lui. La seconda è quella di compiacimento, dato dallo scorrere di una bucket list, dove le cose che aveva desiderato fare, le ha effettivamente realizzate. Su quella foto c’è un altro elemento. È una montagna. Fa da sfondo alla sua immagine di ragazzino spensierato. Quella montagna, è oggi un elemento caratterizzante il suo approccio alla vita.</p>
<p>Spesso Il mecenate d’anime, ha raccontato di <a href="http://www.ilmecenatedanime.it/2009/10/14/simone-perotti-adesso-basta/" target="_blank">cambiamento</a>, del significato d’<a href="http://www.ilmecenatedanime.it/2009/07/29/paolo-la-luna-e-con-te/" target="_blank">inseguire un proprio sogno</a>, dell’importanza di <a href="http://www.ilmecenatedanime.it/2011/10/19/lafrica-bella-di-simone-mura/" target="_blank">riappropriarsi della propria esistenza</a>. La storia di <strong><a href="http://www.matteomajer.it/" target="_blank">Matteo Majer</a></strong> rientra a pieno titolo in questo percorso di ricerca personale.</p>
<p>Matteo, si laurea in psicologia del lavoro in quegli anni dove lo studio abbinato ad esperienze in azienda dava come risultato, un successo professionale assicurato. E così in parte è stato. Il “Dottor” Majer fa le sue prime esperienze come consulente nell’ambito risorse umane, finché come prassi vuole, si confronta dall’interno di un’impresa. A dire il vero più di una ed attraverso questa esperienza come responsabile del personale vive dal di dentro il significato del suo ruolo. Aziende diverse, dinamiche differenti, un’unica costante, Matteo Majer si schiera sempre dalla parte degli onesti, i quali non sempre poi trovavano vita facile in un ambiente relazionale aziendale poco armonico.</p>
<p>Matteo, sempre stimolato dal cambiamento e orientato all’innovazione, decide che è giunta l’ora di continuare con questo lavoro che lo appassiona, ma allo stesso tempo di rallentare i ritmi, per porsi delle domande e soprattutto trovare delle risposte ai motivi del suo passaggio terreno. È così che inizia un percorso professionale e personale che gli permette di raggiungere quel giusto equilibrio tra impegni lavorativi e tempo che dedica a sé. Fa il temporary manager, scegliendo di essere presente in azienda due, tre giorni a settimana. Si dedica alla libera professione, sempre nell’ambito risorse umane, affinando tecniche formative, di valutazione del personale e di ricerca intervento sull’analisi e la gestione dello stress.</p>
<p>E la montagna in tutto ciò? È luogo e simbolo della sua rinascita. Luogo perché ci trascorre quasi cinque mesi all’anno, anche se non in maniera continuativa. Simbolo, perché è la perfetta metafora del suo pensiero esistenziale.</p>
<p><a href="http://www.matteomajer.it/" target="_blank"><img src="http://www.ilmecenatedanime.it/wp-content/uploads/2014/03/PIC_2304-e1395132963825.jpg" alt="" title="Io sono montagna - Matteo Majer" width="435" height="244" class="aligncenter size-full wp-image-3410" /></a></p>
<p>La montagna è preparazione. È allenamento. Ogni giorno devi fare qualcosa che ti permetta di avvicinarti alla realizzazione del tuo sogno. La soddisfazione di una personalità matura deve essere data dall’individuazione di un progetto e dal suo portarlo a compimento. Ragionare per obiettivi. Fare un percorso, dove il sacrificio ne è parte integrante.</p>
<p>La montagna è conoscenza. Conoscenza dell’ambiente nel quale ci si trova, del territorio circostante, in modo tale da poter valutare in maniera puntuale ed efficace gli obiettivi che si vogliono raggiungere.</p>
<p>La montagna è azione. Un’azione finalizzata ad un apprendimento. Un’azione dove si è concentrati su ciò che si fa e allo stesso tempo c’è gioia, divertimento nell’intraprenderla. Un’azione che prevede il sapersi arrangiare, ma anche confrontarsi e condividere con gli altri. Un’azione vista sempre in un’ottica di risultati raggiunti, anche quando si avverte di non essere arrivati alla meta prefissata.</p>
<p><div id="attachment_3413" class="wp-caption alignleft" style="width: 235px"><a href="http://www.matteomajer.it/" target="_blank"><img src="http://www.ilmecenatedanime.it/wp-content/uploads/2014/03/PIC_3379-e1395133252320.jpg" alt="" title="Io sono Montagna - Matteo Majer" width="225" height="399" class="size-full wp-image-3413" /></a><p class="wp-caption-text">Matteo Majer</p></div>Infine la montagna è essenzialità. Alcune cose sono indispensabili, altre è giusto non averle perché sono solo d’ingombro. Tornare ad un contatto con la natura, allontanandosi dai luoghi comuni. Come dice proprio Matteo “lontano dall’estetica per essere più vicini all’etica”, nella ricerca di una sobrietà che ci distacchi dalla macchina compulsiva dei consumi.</p>
<p>È questa la direzione che Matteo ha intrapreso. Una direzione che lo sta portando sempre più vicino alla sua autorealizzazione. Una direzione che Matteo mette a disposizione anche agli altri attraverso il suo lavoro. Un lavoro caratterizzato dalla passione e che vuole essere da supporto a tutti coloro che vogliono progettare il proprio futuro, partendo dal presente. Un cambiamento quello di Matteo che si basa prima di tutto sulla consapevolezza, per poi aiutare nell’individuazione dei personali obiettivi, prima di passare ai piani d’azione.</p>
<p>È una scelta quella fatta da Matteo. Sperimentare e provare su sé stesso per poi essere utile ad altri nella fase di presa delle decisioni. O forse è solo un sogno quello di Matteo. Un sogno tangibile, realizzatosi, una volta che è diventato progetto di vita.</p>
<p>Intanto rimette nel cassetto quella sua foto da bambino. Guarda fuori dalla sua baita arroccata tra le dolomiti bellunesi e poi, sorride. Sta per iniziare un nuovo giorno per Matteo Majer. Una nuova vita.<br />
<a href="http://www.matteomajer.it/" target="_blank"><img src="http://www.ilmecenatedanime.it/wp-content/uploads/2014/03/PIC_2856-e1395133383418.jpg" alt="" title="Io sono montagna - Matteo Majer" width="435" height="244" class="aligncenter size-full wp-image-3417" /></a></p>
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		<title>La Casa dei Raccontastorie &#8211; Antonio Amendola</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Jan 2014 13:19:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Bettini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ad un certo punto il navigatore sembra smarrire il suo segnale. Non importa. Ugualmente l’auto si districa tra le vie. Nemmeno la pioggia in perpetua sfida con i tergicristalli nasconde le tracce di una sospirata meta. Difatti dopo pochi minuti appare l’insegna e poi l’arrivo. Siamo al 105 di Via del Mandrione. Siamo giunti a La Casa dei Raccontastorie. Ad accoglierci lui, Antonio Amendola. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ad un certo punto il navigatore sembra smarrire il suo segnale. Non importa. Ugualmente l’auto si districa tra le vie. Nemmeno la pioggia in perpetua sfida con i tergicristalli nasconde le tracce di una sospirata meta. Difatti dopo pochi minuti appare l’insegna e poi l’arrivo. Siamo al 105 di Via del Mandrione. Siamo giunti a <strong>La Casa dei Raccontastorie</strong>. Ad accoglierci lui, <strong><a href="http://www.shoot4change.net/" target="_blank">Antonio Amendola</a></strong>. Riprende forma un dialogo iniziato qualche anno fa (<a href="http://www.ilmecenatedanime.it/2009/10/27/in-viaggio-con-antonio/" target="_blank">leggi qui</a>). Un dialogo mai interrotto. Un dialogo che continuerà. A te la parola Antonio…</p>
<p><object width="480" height="360"><param name="movie" value="//www.youtube.com/v/HWDG40p75x4?version=3&amp;hl=it_IT&amp;rel=0"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="//www.youtube.com/v/HWDG40p75x4?version=3&amp;hl=it_IT&amp;rel=0" type="application/x-shockwave-flash" width="480" height="360" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
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		<title>In viaggio con Riccardo Luna</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Apr 2013 08:28:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Bettini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[È da quando siamo partiti da Roma che lo sto osservando. Non ha mai alzato lo sguardo da quel portatile. Solo in un paio di occasioni le sue dita hanno fatto sosta su quei tasti. La prima per agevolare la sistemazione del bagaglio da parte di un turista. La seconda, quando un raggio di sole atterrato sul monitor gli impediva di vedere cosa stava componendo. Perché si trattava di un componimento. Lo si capiva bene questo. Dai sorrisi che ogni tanto gli sfuggivano. Dai sospiri che andavano a scandire uno stato d’animo sereno e compiaciuto. Intanto il Frecciarossa continuava la sua risalita dell’Italia e con sé portava sicuramente anche i pensieri di quell’uomo in azione.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Ascolta la storia</strong><br />
<audio src="http://www.ilmecenatedanime.it/wp-content/uploads/2013/04/Ilmecenatedanime_incontra_RiccardoLuna.mp3" controls="controls">Il tuo browser non supporto elementi audio</audio><br />
<a href="http://www.ilmecenatedanime.it/wp-content/uploads/2013/04/Ilmecenatedanime_incontra_RiccardoLuna.mp3"><em>Scarica la storia (mp3)</em><strong> </strong></a><strong> </strong></p>
<p>È da quando siamo partiti da Roma che lo sto osservando. Non ha mai alzato lo sguardo da quel portatile. Solo in un paio di occasioni le sue dita hanno fatto sosta su quei tasti. La prima per agevolare la sistemazione del bagaglio da parte di un turista. La seconda, quando un raggio di sole atterrato sul monitor gli impediva di vedere cosa stava componendo. Perché si trattava di un componimento. Lo si capiva bene questo. Dai sorrisi che ogni tanto gli sfuggivano. Dai sospiri che andavano a scandire uno stato d’animo sereno e compiaciuto. Intanto il Frecciarossa continuava la sua risalita dell’Italia e con sé portava sicuramente anche i pensieri di quell’uomo in azione.</p>
<p><a href="http://www.wired.it/" target="_blank"><img src="http://www.ilmecenatedanime.it/wp-content/uploads/2013/04/1copertina_wired-224x300.jpg" alt="" title="Wired Italia - Primo numero" width="224" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-3197" /></a>Mentre tutto ciò accadeva ripercorrevo il momento in cui avevo sentito parlare di lui. Inizi 2009 e dispacci di agenzia davano l’annuncio dello sbarco della versione italiana di <a href="http://www.wired.it/" target="_blank">Wired</a>, citando proprio lui come fondatore e direttore: <strong><a href="http://www.cambiamotutto.it/#et_page_2" target="_blank">Riccardo Luna</a></strong>. Non mi diceva molto quel nome. Come poche erano le aspettative per una rivista, la cui prima versione originale americana conoscevo molto bene. Partivo prevenuto – “<em>ecco faranno la solita rivista patinata, snaturando l’anima di questa bibbia dell’innovazione</em>”, commentavo tra me e me. Mi ricredetti subito. Vedendo la copertina, dove troneggiava Rita Levi Montalcini. Leggendo il suo editoriale. Studiando i diversi articoli presenti. Da allora lui era per me il Direttore. Lo sarebbe sempre stato, come nel gergo calcistico esiste solo ed un unico capitano.</p>
<p>Quanta strada da quel momento. A sua insaputa insieme. Perché allo scandire di ogni nuovo mese l’uscita di un nuovo numero di Wired rappresentava un viaggio. “<em>Storie, idee e persone che cambiano il mondo</em>”. Quella frase ben impressa sulla parte superiore della copertina era una vera e propria dichiarazione d’intenti. Erano le destinazioni che si sarebbero potute raggiungere sfogliando quelle pagine.</p>
<p>La sua energia, il suo entusiasmo, la sua curiosità condivisa poi ebbero modo di esprimersi anche in altre forme. Il <a href="http://www.ilpost.it/riccardoluna/" target="_blank">suo blog su Il Post</a>. La direzione del magazine online “<a href="http://www.chefuturo.it/" target="_blank">che futuro! Il lunario dell’innovazione</a>”. Il coordinamento di <a href="http://www.italia2013.me/" target="_blank">italia2013.me</a> e la guida di <a href="http://startupitalia.eu/" target="_blank">StartupItalia!</a>. Modalità diverse dove la sua capacità divulgativa sul tema innovazione trovava naturale sfogo.</p>
<div id="attachment_3202" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a href="http://www.cambiamotutto.it/" target="_blank"><img src="http://www.ilmecenatedanime.it/wp-content/uploads/2013/04/Riccardo_Luna_foto-300x300.jpg" alt="" title="Riccardo Luna" width="300" height="300" class="size-medium wp-image-3202" /></a><p class="wp-caption-text">Riccardo Luna, fondatore e primo direttore di Wired Italia</p></div>Per un attimo torno a guardarlo. Lo faccio rapidamente. Un po’ per non apparire invadente. Un po’ nella purezza del pensiero che quel mio avvistamento rubato possa disturbare il suo processo creativo. Fortunatamente così non è. Continuano a volare le sue mani su quel computer. Tornano a volare anche i miei ricordi. Riposiziono il viso nella traiettoria del paesaggio in movimento fuori dal finestrino. In quel sovrapporsi di luoghi differenti, ripenso anche le dirette streaming delle conferenze di cui lui è stato curatore nonché conduttore. <a href="http://www.happybirthdayweb.it/" target="_blank">Happy Birthday Web</a>, Makers, <a href="http://ischool.worldwiderome.it/" target="_blank">iSchool</a> e il <a href="http://www.repubblica.it/speciali/repubblica-delle-idee/anteprima-bari2013/" target="_blank">Next della Repubblica delle Idee</a>. Lui era lo straordinario padrone di casa di ospiti le cui storie erano simbolo di trasparenza, partecipazione e collaborazione. Erano storie che tracciavano un cambiamento. Un cambiamento dove l’interruttore andava sotto il nome di innovazione.</p>
<p><a href="http://www.cambiamotutto.it/" target="_blank"><img src="http://www.ilmecenatedanime.it/wp-content/uploads/2013/04/cambiamotutto_copertina_libro-200x300.jpg" alt="" title="cambiamo tutto! La rivoluzione degli innovatori - Riccardo Luna" width="200" height="300" class="alignright size-medium wp-image-3201" /></a>Proprio mentre mi soffermo su questo termine, vengo riportato alla realtà da un interrogativo postomi. “<em>Cosa ne pensi se lo intitolassi <a href="http://www.cambiamotutto.it/" target="_blank">cambiamo tutto</a>?</em>”. A pormi la domanda è proprio lui e aggiunge poi: “<em>Credo di essere ormai giunto alla conclusione di questo libro… è un libro che parla della rivoluzione degli innovatori… quelli che fanno, quelli che hanno già iniziato, quelli che stanno cambiando e cambieranno sempre più le nostra vite… il modo di fare scienza, di condividere la conoscenza, di fa impresa, di creare posti di lavoro, di produrre, di amministrare la cosa pubblica</em>” e conclude: “<em>si vorrei chiamarlo <a href="http://www.cambiamotutto.it/" target="_blank">cambiamo tutto</a>… con il punto esclamativo… perché non è una supposizione… è una realtà già in atto</em>”.</p>
<p>Intanto il treno sta per giungere alla Stazione di S. Lucia. Questo viaggio si sta per concludere in una Venezia, città simbolo di un seppur storico cambiamento ai tempi della gloriosa Serenissima.</p>
<p>Non trovo le parole adatte per rispondere affermativamente alla sua domanda, se non un sintetico “<em>mi piace</em>”. Ripresomi da quella inaspettata richiesta aggiungo però: “<em>Ti andrebbe di continuare a parlarmi di questa rivoluzione degli innovatori facendo un pezzo di strada tra calli e campielli?</em>”. E lui sorridendomi mi risponde: “<em>Certo che sì. Andiamo!</em>”</p>
<p><div id="attachment_3211" class="wp-caption aligncenter" style="width: 445px"><a href="https://www.facebook.com/media/set/?set=a.523611717686003.1073741825.169688859744959"><img src="http://www.ilmecenatedanime.it/wp-content/uploads/2013/04/700_7847-e1368540396274.jpg" alt="" title="Riccardo Luna e Andrea Bettini" width="435" height="289" class="size-full wp-image-3211" /></a><p class="wp-caption-text">Riccardo Luna con Il mecenate d'anime durante l'incontro del 10 maggio 2013 presso l'Auditorium Santa Margherita di Venezia, all'interno della Ca' Foscari Digital Week (ph. by Alfredo Montresor)</p></div>
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		<title>Uno sguardo riflesso in una perla &#8211; Moulaye Niang</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Dec 2011 09:31:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Bettini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Potrebbe essere tranquillamente un set cinematografico se non fosse che qui non si interpreta. Si vive. Comunque sia ha qualcosa di affascinante. Magnetico. Forse anche magico. Sta di fatto che è un luogo dove arrivano e partono persone. E’ un luogo dove i pensieri s’incontrano.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Ascolta la storia</strong><br />
<audio src="http://www.ilmecenatedanime.it/wp-content/uploads/2011/12/ilmecenatedanime_moulayeniang.mp3" controls="controls">Il tuo browser non supporto elementi audio</audio><br />
<a href="http://www.ilmecenatedanime.it/wp-content/uploads/2011/12/ilmecenatedanime_moulayeniang.mp3"><em>Scarica la storia (mp3)</em><strong> </strong></a><strong> </strong></p>
<p>Potrebbe essere tranquillamente un set cinematografico se non fosse che qui non si interpreta. Si vive. Comunque sia ha qualcosa di affascinante. Magnetico. Forse anche magico. Sta di fatto che è un luogo dove arrivano e partono persone. E’ un luogo dove i pensieri s’incontrano.</p>
<p>Non è il terminal di un aeroporto. Nemmeno la sala d’aspetto di una stazione. Niente valigie. L’unico bagaglio a mano permesso è il sorriso. Ed è così che in uno dei Sestieri dove sono rimasti ancora dei veri veneziani, illumina la Salizada del Pignater, la vetrina di questo negozio. Perché di un negozio si tratta.</p>
<p><a href="http://www.facebook.com/pages/MURANERO/260244116026" target="_blank"><img src="http://www.ilmecenatedanime.it/wp-content/uploads/2011/12/29513_400481251026_260244116026_4870703_3184571_n-e1323076741313.jpg" alt="" title="Muranero - Moulaye Niang" width="450" height="301" class="aligncenter size-full wp-image-2467" /></a></p>
<p>Niente paura, qui non troneggiano le insegne di noti brand. Qui l’unica scritta che si fa largo ha qualcosa di originale – <a href="http://www.facebook.com/pages/MURANERO/260244116026" target="_blank"><strong>Muranero</strong></a> – sillogismo perfetto per descrivere cosa si realizza. Già, perché c’è un altro tassello da aggiungere a questa storia. In questo luogo dove si avvicendano persone ad apportare il proprio saluto, al suo interno c’è un’artista o forse meglio dire, come piace a lui, un umile artigiano. Il suo nome è <strong>Moulaye Niang</strong> ed è lui l’artefice delle opere in vetro che animano questo spazio.</p>
<p>E’ lui che ha saputo imprimere lo sguardo della sua terra natia, il Senegal, all’antica arte del vetro di Murano. Il risultato è ciò che non riesce a trattenere chi entra nel suo negozio. Stupore per tanta bellezza. Ed è proprio nelle perle in vetro, l’oggetto che maggiormente rappresenta Moulaye, che l’energia di questo incontro si fa più pura. Più intensa.</p>
<p><a href="http://www.facebook.com/pages/MURANERO/260244116026" target="_blank"><img src="http://www.ilmecenatedanime.it/wp-content/uploads/2011/12/19157_260468666026_260244116026_3917172_581528_n-e1323076892179.jpg" alt="" title="Muranero - Moulaye Niang" width="450" height="300" class="aligncenter size-full wp-image-2469" /></a></p>
<p>La sua anima si riflette in ciò che realizza. Il suo spirito emerge dal calore di questo luogo. Un calore umano intenso. Lo sanno bene i vari amici che anche per pochi istanti si fermano a salutare Moulaye. Per ammirarne le opere. Per scambiare qualche parola. Per ritrovare la giusta dimensione del tempo.</p>
<p>“Il tempo deve essere mio…” dice Moulaye. Non è una frase di circostanza. E’ un approccio di vita. E’ il rispetto di quanto necessario per la realizzazione di un’opera. Ma è anche il valore che dà alla propria esistenza. Quella degli altri. Mai prevaricare. Mai imporre.</p>
<p><a href="http://www.facebook.com/pages/MURANERO/260244116026" target="_blank"><img src="http://www.ilmecenatedanime.it/wp-content/uploads/2011/12/29513_400479646026_260244116026_4870657_7020552_n-300x200.jpg" alt="" title="Muranero - Moulaye Niang" width="300" height="200" class="alignleft size-medium wp-image-2471" /></a>La storia di Moulaye Niang potrebbe essere un esempio virtuoso di emigrazione. E’ molto di più. E’ la storia di un ragazzo che con caparbietà e determinazione ha saputo perseguire quella che sentiva essere la sua strada. Questo anche quando andava a bussare alle fornaci di Murano per imparare. Per apprendere un’arte che gli avrebbe permesso di esprimersi attraverso dei manufatti unici. Perché fatti da lui. Mescolando tradizioni diverse. Anche questo è innovare. Evolvere.</p>
<p>Ma l’espressione artistica di Moulaye non si ferma al vetro. Il suo scandire del tempo trova anche un’altra forma d’espressione. La musica. “… la musica è cuore… la musica è emozioni… la musica si suona…”, mi dice iniziando a battere con una bacchetta per scandire il tempo. Lui che voleva essere un bassista ed invece è diventato un batterista. Lui che nonostante le innate doti ritmiche, si ritiene solo un esecutore. Forse perché ha visto cosa vuol dire farsi travolgere dal successo. L’essere famosi e non sapere gestire la notorietà. Come è accaduto ai suoi fratelli. Il clamore che sovrasta l’essenza della musica. Aspetto che Moulaye non sottovaluta mai, anzi che cerca di trasferire anche ai giovani ai quali insegna musica, affinché lo strumento non diventi uno scudo per sentirsi più grande. Per Moulaye la musica è un modo per dare voce alla propria parte emozionale. Forse anche per questo non ha mai voluto approfondire la parte accademica. Conoscerne la parte intellettuale.<br />
<img src="http://www.ilmecenatedanime.it/wp-content/uploads/2011/12/45034_146538305375122_100000568608279_332833_7420777_n-e1323077043383.jpg" alt="" title="Moulaye Niang" width="450" height="301" class="alignleft size-full wp-image-2473" /></p>
<p>Mentre parliamo di tutto ciò ogni tanto veniamo interrotti da qualche amico che entra in negozio. Non sono interruzioni però. Più che altro arricchimenti. Un modo per ampliare i confini dei propri discorsi. Come quando entra un ragazzo entusiasta nel dare conferma che farà parte del gruppo. Dalla musica si passa al viaggio. Il gruppo in questione è quello che Moulaye sta organizzando per andare in Senegal. Dieci giorni. Un paio di settimane. Certo non abbastanza, ma sufficiente per vedere con i propri occhi e non con quelli di stereotipi tramandati, cosa c’è in quella terra.</p>
<p>Intanto a proposito di tempo, i campanili a fianco scandiscono i dodici rintocchi. E’ mezzogiorno. Lascio Muranero non prima di soffermarmi sulla brillantezza di una delle tante opere di Moulaye. Poi guardo i suoi occhi. Ritrovo la stessa brillantezza. Non è un caso. E’ la capacità di ascoltare e riprodurre le emozioni che lo circondano. Bravo Moulaye.</p>
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		<title>Il prof che avrei voluto &#8211; Piero Formica</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Apr 2011 13:41:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Bettini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ogni volta che lo incontro, ogni volta che ci sentiamo, cerco di essere una spugna. Quello che dice, come lo dice, mi fa un po’ luccicare gli occhi. Sarà che vedo in lui quel professore che ho sempre desiderato avere. Ricco di conoscenza. Generoso nel condividerla. Capace nel divulgarla.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Ascolta la storia</strong><br />
<audio src="http://www.ilmecenatedanime.it/wp-content/uploads/2011/04/ilmecenatedanime_pieroformica.mp3"" controls="controls">Il tuo browser non supporto elementi audio</audio><br />
<a href="http://www.ilmecenatedanime.it/wp-content/uploads/2011/04/ilmecenatedanime_pieroformica.mp3"><em>Scarica la storia (mp3)</em><strong> </strong></a><strong> </strong></p>
<p>Ogni volta che lo incontro, ogni volta che ci sentiamo, cerco di essere una spugna. Quello che dice, come lo dice, mi fa un po’ luccicare gli occhi. Sarà che vedo in lui quel professore che ho sempre desiderato avere. Ricco di conoscenza. Generoso nel condividerla. Capace nel divulgarla.</p>
<p>I suoi non sono tanto insegnamenti. Sono racconti, storie che innescano il meccanismo della riflessione e curiosità. E’ il suo approccio che lo rende così tremendamente catalizzante. Non ci sono gabbie precostituite nel suo parlare. Sono presenti invece concetti di ampio respiro, che non si fermano ai confini di un singolo tema.</p>
<p>Con lui è possibile commentare fatti economici parlando di filosofia. Attualità prendendo spunto dalla storia. Tecnologia facendo riferimento alla fantasia. Insomma discutere di vita usando tutte le metafore che la vita ci mette a disposizione.</p>
<p>Ne approfitto della sua sosta in Italia per fare una nuova chiacchierata con lui. Non è cosa semplice, visto che come docente gira il mondo tra Pechino, Ryadh e Dublino, solo per citare alcune tappe del suo insegnamento.</p>
<p>Siamo a Bologna e a pochi minuti dalla presentazione del suo ultimo libro “<strong><a href="http://www.libreriauniversitaria.it/vista-linceo-cronache-storie-innovazione/libro/9788890575112" target="_blank">La Vista di Linceo</a></strong>”, <strong><a href="http://www.intentac.org/Templates/Article2.aspx?PageID=8c25b215-1274-46e3-bdde-44de09cd88e2" target="_blank">Piero Formica</a></strong> mi accoglie con la sua solita proverbiale disponibilità.</p>
<div id="attachment_1992" class="wp-caption aligncenter" style="width: 435px"><a href="http://www.intentac.org/Templates/Article2.aspx?PageID=8c25b215-1274-46e3-bdde-44de09cd88e2" target="_blank"><img class="size-full wp-image-1992" title="Piero Formica" src="http://www.ilmecenatedanime.it/wp-content/uploads/2011/04/Piero_Formica-e1302700877191.jpg" alt="" width="425" height="404" /></a><p class="wp-caption-text">Il professore PIERO FORMICA, durante l&#39;incontro La filiera dell&#39;Idea (ph. by Alfredo Montresor)</p></div>
<p><em>“… in questo periodo c’è un acceso dibattito sul nucleare… sai che il concetto di fusione è basilare per il rilancio dell’Italia? Non spaventarti non faccio riferimento alle centrali nucleari, bensì alla modalità di trasferimento della conoscenza nelle imprese… da noi ci sono troppi esperti, troppi consulenti, mi ci metto anch’io troppi professori… l’Italia è orientata alla fissione, prevale la visione riduttiva dei consulenti… occorre invece creare fusione, energia imprenditoriale… il consulente deve cambiar professione, fondersi con il team imprenditoriale, esserne l’allenatore… il motore di un meccanismo che mette insieme diverse parti complementari tra di loro…</em>”.</p>
<p>Ancora una volta Piero riesce a stupirmi. Mi fa visualizzare un pensiero. Mi conduce all’interno di un problema, indicandomene i limiti, ma anche le soluzioni.</p>
<p>Dopo una pausa per sorseggiare un caffè, Piero continua: <em>“… il mondo della consulenza si basa sul principio dell’esperienza… l’esperto ha però un difetto, è sbilanciato….. sbilanciato solo su ciò che conosce&#8230; per questo impone una saggezza convenzionale… questo è un grosso problema, perché se un imprenditore ha un’idea apparentemente strampalata… il consulente non riesce a dare una valutazione oggettiva… mentre per chi fa impresa oggi è necessario avere una vista lunga… e con i consulenti questo non è possibile… se poi la maggior parte delle aziende sono medio piccole, con orizzonti ristretti… il Linceo non ha spazio!</em>”.</p>
<p><a href="http://www.libreriauniversitaria.it/vista-linceo-cronache-storie-innovazione/libro/9788890575112" target="_blank"><img src="http://www.ilmecenatedanime.it/wp-content/uploads/2011/04/LA-VISTA-DI-LINCEO-cover-definitiva-copy-199x300.jpg" alt="" title="LA VISTA DI LINCEO - Cronache e storie d&#039;innovazione - Piero Formica" width="199" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-1999" /></a>Mi ha anticipato. Non ho fatto in tempo a chiedergli di cosa tratta il suo nuovo libro che Piero me ne sta già facendo regalo parlandomene a suo modo. Con lo stile che lo contraddistingue. Ad un certo punto vedo che il suo sguardo viene attirato dalla pagina di un giornale aperto. E’ un articolo sulla manifestazione dei giovani precari svoltasi in questi giorni.</p>
<p><em>“… vedi questo è un altro problema di approccio culturale… di limiti del pensiero… hai mai sentito parlare della Singularity University? E’ una nuova visione dell’università… non c’è più una suddivisione per dipartimenti&#8230; ma c’è una coevoluzione della conoscenza… ciascun studente può uscire da questo percorso di studi ed essere molte cose allo stesso tempo… immagina di vedere un geologo, ma che allo stesso tempo ha le basi per essere un bravo scenografo… è da qui che nasce l’innovazione… occorre mescolare sostanze equipotenti… lettere con la matematica… i ragazzi non devono pensare all’università come ad un pezzo di carta e sulla base di questo scegliere la facoltà… occorre far passare il messaggio ai giovani che devono essere loro ad orchestrare gli impulsi che gli vengono trasmessi… invece siamo fermi a riforme burocratiche dell’università italiana, con una visione culturalmente ristretta…</em>”.</p>
<p>Vedo come Piero si animi parlando di queste cose. Si percepisce come vorrebbe ampliare la visione di ciò che ci circonda. Le sue parole vibrano di una luce di un auspicato cambiamento. Infatti continua: <em>“… noi continuiamo a fare il mattone come la facevano i nostri padri… facciamo l’innovazione di routine, nei migliori dei casi innovazione incrementale… ma non siamo in grado di guardare oltre l’orizzonte visibile a occhio nudo… quanto si parla nel nostro Paese di nanotecnologie o di altre tematiche che potrebbero fare la differenza nell’età emergente del Rinascimento imprenditoriale?</em>”.</p>
<p>Mentre lentamente ci incamminiamo verso la sala che ospiterà il suo intervento, Piero guardandomi negli occhi mi dice: <em>“… poi c’è un altro problema… che fine fanno i profitti aziendali? A favore della finanza speculativa e non dell’innovazione, più rischioso investire nelle idee imprenditoriali di giovani ventenni anziché in Lehman Brothers!….… e questa è la spada di Damocle del perché la produttività non cresce… il Paese cresce poco… quindi aumenta la battaglia per la coperta pubblica, ma questa non può diventare più grande per le restrizioni europee legate al nostro debito pubblico… tutto ciò crea tensioni sociali… tensioni che solo in parte sono emerse…</em>”.</p>
<p>Dicendo ciò s’intravede in Piero il suo essere realista. Quello che di fronte ad un mezzo bicchiere d’acqua, vede esattamente il bicchiere riempito a metà. Ne di più, ne di meno. Però allo stesso tempo ha una sua percezione di come si possa uscire da un meccanismo che si è inceppato.</p>
<p><em>“… da una situazione di questo tipo se ne può uscire in due modi… o le tensioni sociali aumentano a tal punto da imporre il cambiamento… lo shock che crea un mutamento… anche se questa è una strada dolorosa e nemmeno è detto che il Paese sia in grado di risvegliarsi da un lungo letargo nonostante ciò… l’altra invece è legata ad una minoranza di giovani… quella che a me piace definire i nomadi della conoscenza, i globetrotter dell’imprenditorialità… dalla Cina, all’India passando per la Silicon Valley… bene se alcuni di essi, che hanno una radice italiana anche se sono concettualmente globali… riescono a sfondare… potrebbero risollevare le sorti di questo nostro Paese… un Paese che oggi non dà voce a queste brillanti risorse, ma che attraverso le diverse associazioni di categoria supporta solo la meccanica avanzata e il made in Italy… sicuramente giocatori fuori classe, ma non sufficienti per formare un team Italia che possa giocare con successo in seria A….</em></p>
<p>E’ giunto il momento di lasciarci. Piero, il professor Piero Formica si accinge a parlare di fronte ad una platea. L’incontro ha un tema “Innovazione, un treno che l’Italia non può perdere”.  Sotto il suo braccio tiene il volume “<a href="http://www.libreriauniversitaria.it/vista-linceo-cronache-storie-innovazione/libro/9788890575112" target="_blank">La vista di Linceo – Cronache e storie dell’Innovazione</a>”. La sala si aspetta una presentazione di un libro. Non sanno ancora che riceveranno molto di più.</p>
<p>Alla prossima Piero.</p>
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		<title>La rete salverà la musica &#8211; Matteo Negrin</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Mar 2011 09:23:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Bettini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un amico condivide un video su un social network. Capita quotidianamente. E’ la forza delle rete. Questa volta però mi soffermo maggiormente sulla visione. Lo guardo una prima volta. Lo riguardo tre, quattro volte. Ha qualcosa di catartico. Nella sua semplicità riesce a rapire vista, udito e anima.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Ascolta la storia</strong><br />
<audio src="http://www.ilmecenatedanime.it/wp-content/uploads/2011/03/Matteo_Negrin.mp3"" controls="controls">Il tuo browser non supporto elementi audio</audio><br />
<a href="http://www.ilmecenatedanime.it/wp-content/uploads/2011/03/Matteo_Negrin.mp3"><em>Scarica la storia (mp3)</em><strong> </strong></a><strong> </strong></p>
<p>Un amico condivide un video su un social network. Capita quotidianamente. E’ la forza delle rete. Questa volta però mi soffermo maggiormente sulla visione. Lo guardo una prima volta. Lo riguardo tre, quattro volte. Ha qualcosa di catartico. Nella sua semplicità riesce a rapire vista, udito e anima.</p>
<p><div id="attachment_1846" class="wp-caption alignleft" style="width: 207px"><a href="http://www.myspace.com/matteonegrin" target="_blank"><img src="http://www.ilmecenatedanime.it/wp-content/uploads/2011/03/Negrin-Foto-di-Alessandro-Bosio-197x300.jpg" alt="" title="Matteo Negrin" width="197" height="300" class="size-medium wp-image-1846" /></a><p class="wp-caption-text">MATTEO NEGRIN (ph. by Alessandro Bosio)</p></div>Mi metto in contatto con l’autore <strong><a href="http://www.myspace.com/matteonegrin" target="_blank">Matteo Negrin</a></strong>, musicista e compositore torinese. Ne nasce un interessante dialogo sullo stato di salute della musica e di come si possa innovare in questo settore.</p>
<p>“<em>La musica non si ascolta più e basta! Ma si guarda, si legge come un messaggio, ci si pone di fronte come un’opera di videoarte</em>” esordisce Matteo quasi provocatoriamente. E poi continua “<em>catturare l’attenzione di qualcuno è la nuova sfida</em>”.</p>
<p>E di questo, Matteo con il suo progetto di <strong><a href="http://itunes.apple.com/it/album/glocal-sound/id417942341" target="_blank">Music Painting</a></strong> ha colpito nel segno. Immagini e musica messe insieme in un’esplosione di vera poesia che sta spopolando sul web. Fare questo richiede certi accorgimenti e come lo stesso Matteo dice <em>“… è necessario recuperare il modello di storytelling che tanto per darti un’idea era presente nei vecchi caroselli in bianco e nero… solo così si ribalta la situazione, i social network promuovono l’idea, che non è solo bella e ben fatta, ma deve mettere in atto un processo virtuoso”</em>.</p>
<p>Un nodo focale. Nella musica, come nella comunicazione in generale, è drasticamente cambiato il modo di veicolare il proprio lavoro. Si è spostato tutto sulla rete. Capirne le potenzialità e le dinamiche, significa vedere Internet non più come “il mostro” che ha annientato il mercato discografico, ma come il più grande alleato per migliorare il proprio lavoro.</p>
<p><a href="http://itunes.apple.com/it/album/glocal-sound/id417942341" target="_blank"><img src="http://www.ilmecenatedanime.it/wp-content/uploads/2011/03/glocal-sound-web-grande-e1299747325463.jpg" alt="" title="glocal sound matteo negrin" width="200" height="200" class="alignright size-full wp-image-1851" /></a>“<em>Ho il privilegio, avendo lavorato diversi anni per il teatro e per il cinema, che ho sempre pensato alla musica introdotta in un altro schema</em>”, poi sorridendo Matteo mi lancia un’altra provocazione. “<em>Quest’anno ho pubblicato il mio ultimo CD… perché non ha più ragione d’essere. La vera sfida sarà quella di lavorare su un orizzonte multitematico. In un momento storico dove si parla di musica liquida, priva di ogni supporto, vengono meno anche gli obblighi, imposti dalle case discografiche, di produrre album dove spesso e volentieri ci sono solo due o tre canzoni degne di merito. Credo proprio che la rete salverà la musica</em>”.</p>
<p>In questa visione salvifica di Matteo, cerco di capire anche com’è possibile superare quelle problematiche oggettive legate al download “selvaggio” che calpesta comunque i diritti e il lavoro che c’è dietro ad un’opera musicale.</p>
<p>“<em>Una regolamentazione della rete è necessaria ai fini della tutela del copyright… tutti siamo stati contagiati da questa forma di bulimia da possesso di musica… forse perché è gratis, forse perché prima si pagava molto, troppo… quindi ci ritroviamo con hard disk pieni di file musicali, che poi quasi mai vengono ascoltati… però credo che la vera innovazione sarà quella di mettere a disposizione dei privati i concept realizzati… insomma si dovrà ritornare ad una nuova forma di mecenatismo, dove il musicista trova nel privato i finanziamenti per produrre il proprio lavoro… questo lo dico anche con beneficio d’inventario, visto che essendomi trovato a scrivere opere per il <a href="http://www.teatrostabiletorino.it/" target="_blank">Teatro Stabile di Torino</a>… conosco bene la questione dei fondi pubblici e dei tagli che sono stati apportati</em>”.</p>
<p><a href="http://www.myspace.com/matteonegrin" target="_blank"><img src="http://www.ilmecenatedanime.it/wp-content/uploads/2011/03/irish-negrin-200x300.jpg" alt="" title="matteo negrin" width="200" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-1854" /></a>Con Matteo Negrin affronto anche un altro tema sempre comunque collegato a questo discorso. Si tratta delle opportunità che ha un musicista oggi in Italia di promuovere il proprio lavoro.</p>
<p>“<em>Occorre puntare sulla semplicità, che non deve significare banalità. Lasciamo perdere i talent show… creano solo artisti pop a scadenza, nel senso che vanno bene per una stagione o due, finché comunque non arriva il vincitore della nuova edizione… dovremo investire sulla qualità e sulle idee, cercare d’invertire la tendenza, invece di comprare format e prodotti pre-confezionati, capire quali sono le nostre peculiarità e potenzialità</em>”.</p>
<p>Sarà che è da poco padre per la seconda volta, ma Matteo Negrin da decisamente una carica positiva nell’esporre le proprie idee di cambiamento legate ad un settore culturale fondamentale, come quello della musica.</p>
<p>Prima di concludere sorridendo mi dice: “<em>E’ fondamentale trasmettere il messaggio che dobbiamo promuovere le nostre idee… non fermarsi di fronte a fantomatici ostacoli. Sai qual è stato il costo per la produzione del video di Music Painting? Pennarelli e carta! … mai fermarsi quando si ritiene di avere una buona idea tra le mani, mai</em>”.</p>
<p><iframe title="YouTube video player" width="450" height="283" src="http://www.youtube.com/embed/MAY1UoQYMHk?rel=0" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
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		<title>L’approccio di vitalità di Franco Bolelli</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Mar 2011 21:06:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Bettini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
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		<description><![CDATA[Pensate ad un libro che vi fa capire, mentre lo leggete,  che le cose che volete fare si possono realizzare. Pensate ad un libro, che man mano che ne sfogliate le pagine stimoli a tirare fuori le attitudini che esistono in ognuno di voi. Pensate ad un libro che accenda la consapevolezza a tutte le persone positive. Bene questo libro c’è.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Ascolta la storia</strong><br />
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<p>Pensate ad un libro che vi fa capire, mentre lo leggete,  che le cose che volete fare si possono realizzare. Pensate ad un libro, che man mano che ne sfogliate le pagine stimoli a tirare fuori le attitudini che esistono in ognuno di voi. Pensate ad un libro che accenda la consapevolezza a tutte le persone positive.</p>
<p>Bene questo libro c’è.</p>
<p>Ha un titolo esplicativo <strong><a href="http://www.amazon.it/Viva-tutto-Jovanotti/dp/8896873185" target="_blank">VIVA TUTTO!</a></strong> scritto da due autori particolari: <strong><a href="http://www.soleluna.com/" target="_blank"><span style="color: #000000;">Lorenzo “Jovanotti” Cherubini</span></a></strong> e <strong>Franco Bolelli</strong>. Il primo non ha bisogno di presentazioni. Il secondo nemmeno. Già perché se forse ha meno popolarità del primo, è come il primo una vera e propria anima pop.</p>
<div id="attachment_1812" class="wp-caption aligncenter" style="width: 460px"><a href="http://www.amazon.it/Viva-tutto-Jovanotti/dp/8896873185" target="_blank"><img class="size-full wp-image-1812" title="Franco Bolelli e Lorenzo Jovanotti Cherubini" src="http://www.ilmecenatedanime.it/wp-content/uploads/2011/03/lorodue-e1298988796598.jpg" alt="" width="450" height="309" /></a><p class="wp-caption-text">Franco Bolelli e Lorenzo Jovanotti Cherubini, autori del libro VIVA TUTTO!</p></div>
<p>Dopo essermi alimentato dell’energia di questo libro proprio con Franco Bolelli mi congratulo.</p>
<p>“<em>Bravi! Era da un po’ che non leggevo un libro così vitale. Mi sono sentito parte di questo percorso che avete costruito, ma non solo. Con questo libro ho sorriso, ho pregato, ho sognato e soprattutto mi è venuta ‘una grande fame’ di fare. Fare cose che ho sempre desiderato, ma che per motivi diversi, per banali giustificazioni, ho spesso lasciato perdere</em>”.</p>
<p><a href="http://www.amazon.it/Viva-tutto-Jovanotti/dp/8896873185" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-1823" title="VIVA TUTTO! di Franco Bolelli e Lorenzo Jovanotti Cherubini" src="http://www.ilmecenatedanime.it/wp-content/uploads/2011/03/copertina.jpg" alt="" width="202" height="244" /></a>“<em>Bene mi fa piacere che ti sia capitato ciò… in maniera non tanto celata è quello che speriamo che capiti a tutti dopo averlo letto</em>”, mi risponde Franco e poi aggiunge: “<em>sai questo libro è iniziato con uno scambio di mail, tra me e Lorenzo e doveva raccontare la costruzione del suo nuovo disco… così ha fatto, ma è andato oltre… ne è venuto fuori un viaggio culturale… innovativo</em>”.</p>
<p>Questo è vero. In queste pagine si possono raccogliere gli spunti, i motivi che hanno portato alla nascita di <a href="http://itunes.apple.com/it/album/ora-deluxe-version/id414215120" target="_blank">ORA</a>. Un disco già di per sé straordinario e che acquisisce un valore aggiunto proprio dalla lettura di VIVA TUTTO! . VIVA TUTTO! non è un manuale d’istruzione dell’album, però permette di aggiungerne delle nuove chiavi di lettura.</p>
<p>“<em>… c’è una cosa fondamentale  in questo libro… è il linguaggio… quello che Lorenzo ed io abbiamo fatto è stata proprio un’operazione di linguaggio straordinario</em>” mi dice entusiasta Franco.</p>
<p>Capisco benissimo a cosa fa riferimento. In questo libro non c’è una trama narrativa, bensì è presente una trama evolutiva. Evolutiva perché è un diario che ha una posizione vitale sulla vita. Evolutiva perché è propositivo. Nonostante ci sia una consequenzialità temporale negli accadimenti, il lettore può tranquillamente aprire il libro a caso, leggerne uno scambio e trarne giovamento. Questo perché, anche nei passaggi magari più intensi del libro, dove si parla anche delle difficoltà di realizzare un progetto completamente nuovo, c’è alla base proprio l’approccio VIVA TUTTO!: “<em>anche le cose che non ti piacciono arricchiscono”</em>.<br />
<a href="http://www.ilmecenatedanime.it/wp-content/uploads/2011/03/Franco_Bolelli.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1814" title="Franco Bolelli" src="http://www.ilmecenatedanime.it/wp-content/uploads/2011/03/Franco_Bolelli-e1298989439686.jpg" alt="" width="450" height="298" /></a></p>
<p>E’ difficile descrivere chi è Franco Bolelli. Scrittore. Filosofo. Ogni tentativo potrebbe essere riduttivo. Mi parla dei festival che ha organizzato in passato legati alla creatività <em>“… il festival Frontiere aveva il senso di mettere insieme le persone migliori provenienti da discipline diverse… voleva far emergere il talento, la creatività su piani diversi, sociali, economici ed altro ancora…”.</em></p>
<p>Poi però è lui stesso a darmi la migliore definizione di sé. Lo fa, riprendendo in mano un suo precedente libro, <strong><a href="http://www.ibs.it/code/9788811740681/bolelli-franco/cartesio-non-balla.html" target="_blank">Cartesio non balla</a></strong>. E proprio da quello mi enuncia: <em>“</em><em>… sono cresciuto occupandomi di cose estremamente adolescenziali come il rock, il basket, i film d&#8217;azione, le storie adrenaliniche e in generale tutto ciò che è eccitante… sono passati tanti anni e ora mi occupo di cose estremamente evolute come il rock, il basket, i film d&#8217;azione, le storie adrenaliniche e in generale tutto ciò che è eccitante. Perché quelle stesse cose così creative ed eccitanti mi si sono anche svelate come le più avanzate</em>”.</p>
<p>E’ questo il modello filosofico di Franco. Un Franco che sottolinea che il problema del nostro Paese, fonte di creatività, sta nella sua continuità. Un Paese imprigionato nel proprio passato.  “<em>… il passato non deve essere un totem intoccabile… il passato è energia, però è necessario buttare via ciò che non è tale… solo così si possono avere degli slanci da un Paese… solo così una nazione può innovare</em>”.</p>
<p>Poi aggiunge un’altra cosa “<em>…  prima c’è sempre stato un motivo trainante che riepilogava lo spirito di un’epoca… gli anni ’60 la musica, i ’70 il cinema, gli ’80 il design, i ’90 ancora la musica… poi però siamo passati al globale… ecco da lì in poi possiamo parlare di coevoluzione… le cose imparano una dall’altra</em>”.</p>
<p>E’ piacevole ascoltare Franco. Senza eccessiva enfasi trasmette positività. Si capisce che è una persona che ama la vita. Che ama tutto ciò che è vita, che pulsa, che respira, che rigenera. Franco non è solo un osservatore dell’evoluzione umana. Franco ne è uno stimolatore. Lui stesso mi conferma quanto sia affascinato dalle persone. La direzione antropologica che ha intrapreso.</p>
<p>Tutto ciò si percepisce. Quando parla di innovazione non fa riferimento a qualcosa di stravagante.  Si riferisce ad un percorso naturale di vita. Quando parla di creatività, non si limita alla visualizzazione di un gesto artistico. Parla di una concreta applicazione di un processo creativo alla nostra esistenza.</p>
<p>Provocatoriamente cerco di spostare il discorso sul futuro. Gli chiedo come si immagini il mondo tra venticinque anni. La sua risposta supera l’ostacolo di una semplice visione. Mi risponde di futuro parlando di presente. D’altronde non poteva che rispondermi così. Il futuro è adesso.</p>
<p>Certo si capisce che l’esplorazione della vita, le biotecnologie, sono aspetti che lo attraggono, lo incuriosiscono. Forse è da questi elementi che pensa al futuro. Che vede al presente.</p>
<p>Nel libro lancia due sfide. Realizzare due progetti. Un festival dedicato a cosa sono riusciti a fare gli italiani all’estero, grazie al proprio talento. E poi un altro grande festival dedicato all’innovazione. Talento e innovazione, due elementi che conosco bene pure io. Ora ripensandoci più che sfide, sono programmi che si realizzeranno. Perché l’importante è crederci.</p>
<p>Ho una sensazione. Questo primo incontro che ho avuto con Franco non sarà l’ultimo. Per una straordinaria coincidenza siamo venuti in contatto. Ma come ben sapete per me le coincidenze sono solo dei segnali. E in questo caso l’indicazione è particolarmente chiara. Dare un’accelerazione alla concretizzazione dei sogni.</p>
<p>Insomma in qualunque modo la pensiate leggetevi <a href="http://www.amazon.it/Viva-tutto-Jovanotti/dp/8896873185" target="_blank">VIVA TUTTO!</a> . Sono certo che anche in voi accenderà l’interruttore della vostra voglia di evolvere.</p>
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		<title>Cristiana e Antonio: due &#8220;strani&#8221; architetti</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Jun 2010 09:29:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Bettini</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Ci lasciamo dopo due ore di piacevole conversazione. Prima di andarsene mi lasciano i loro biglietti da visita “… qui trovi i nostri riferimenti, se hai bisogno di altre informazioni…”. Li prendo in mano e guardandoli con attenzione, come nella migliore tradizione giapponese, mi soffermo sulla dicitura sotto i loro nomi. Sorridendo mi viene spontaneo dirgli “Ma siete sicuri che la dicitura architetto sotto il vostro nome sia corretta?”. Questo non tanto perché è scritta in inglese, ma per via delle considerazioni che sono emerse dopo aver parlato con loro.</p>
<div id="attachment_857" class="wp-caption aligncenter" style="width: 445px"><a href="http://www.studiomobile.org/" target="_blank"><img src="http://www.ilmecenatedanime.it/wp-content/uploads/2011/02/Antonio_Girardi_e_Cristiana_Favretto-e1298022177590.jpg" alt="" width="435" height="155" class="size-full wp-image-857" /></a><p class="wp-caption-text">Antonio Girardi e Cristiana Favretto - fondatori di studiomobile</p></div>
<p>Da un architetto forse in maniera erronea e stereotipata non mi sarei mai aspettato di sentire quello che mi hanno raccontato <strong>Cristiana Favretto</strong> e <strong>Antonio Girardi</strong>. Con loro sono partito parlando di orti, per passare dalla tecnologia alla filosofia, fino ad arrivare all’approccio che hanno i ragazzi nel condurre le loro ricerche.</p>
<p>Cristiana e Antonio sono di sicuro una coppia strana di architetti. Strana in termini di come con metodi innovativi, portano avanti con passione il loro lavoro. D’altronde ci sarà un motivo se il <strong>TIME</strong> ha inserito tra i cento progetti green appunto più innovativi, uno loro. Fondatori di <a href="http://www.studiomobile.org/" target="_blank">studiomobile</a>, Cristiana e Antonio, oltre che essere coppia nella vita privata, sono coppia anche nel lavoro dove hanno trovato il perfetto equilibrio attraverso le loro differenti inclinazioni. Più orientata all’arte e al marketing lei. Più ancorato alla tecnologia e alla progettazione lui.</p>
<p>Ecco quello che mi hanno raccontato qualche sera fa, seduti al tavolo di un bar che poco dista da quell’Istituto Universitario d’Architettura di Venezia che li ha visti cimentarsi come studenti una decina d’anni fa.</p>
<p>“Ma lo sai che hai già intervistato un nostro amico, <a href="http://www.ilmecenatedanime.it/blog.php/2010/02/18/carlo-gabri-una-coppia-creativa/" target="_blank">Carlo Tinti</a>, con il quale abbiamo collaborato a <a href="http://www.mestresweetcity.org/" target="_blank">Mestre Sweet City</a>?” esordisce Cristiana con due occhi che oltre ad essere di un intenso azzurro chiaro, brillano dal trasporto con il quale parla. Capisco fin da subito che c’è una forte passione per quello che è e per quello che sta facendo. “… sì abbiamo contribuito attraverso la realizzazione di un video multimediale a questo progetto, che ci è sembrato interessante nella sua ottica di ripensare a dare nuova vita a spazi abbandonati e degradati” aggiunge prima di proporre un brindisi alla chiacchierata che stiamo per iniziare.</p>
<p>Poi prende la parola Antonio e con tono pacato, ma coinvolgente mi racconta quali sono secondo lui le due impellenze dalle quali partono le loro analisi per alcuni dei loro progetti – “… acqua e cibo, la scarsità delle risorse primarie! Ecco perché spesso ci soffermiamo a studiare gli orti. Occorre riprendere in mano delle conoscenze che altrimenti andrebbero perse… pensiamo ad esempio cosa sta dietro ad un pomodoro, solo la cultura agricola di qualche anziano può trasmetterci tutti i processi naturali che stanno alla base della coltivazione di questo ortaggio… è importante far capire che non è presente in tutte le stagioni, far capire ai ragazzi cosa c’è dietro il pomodoro ben adagiato sul bancone del market… sarebbe fondamentale che gli anziani riuscissero a trasmettere queste loro conoscenze… solo così forse si rispetterebbe maggiormente quello che si mangia, che non è una risorsa infinita…”.</p>
<p>Dopo una mia perplessità iniziale, capisco lo scenario verso il quale Cristiana ed Antonio vogliono accompagnarmi. Con questa visione che mi offrono, non esito a chiedere informazioni su il loro progetto <strong>Seawater Vertical Farm</strong> che il TIME ha inserito tra i cento progetti green più innovativi&#8230;</p>
<div id="attachment_861" class="wp-caption alignleft" style="width: 263px"><a href="http://www.studiomobile.org/" target="_blank"><img src="http://www.ilmecenatedanime.it/wp-content/uploads/2011/02/TIME_COVER-253x300.jpg" alt="" width="253" height="300" class="size-medium wp-image-861" /></a><p class="wp-caption-text">Copertina del numero del TIME dove è stato inserito il progetto Seawater Vertical Farm di studiomobile</p></div><strong>“Ma quindi è nato da queste osservazioni, da queste considerazioni legate alla scarsità di risorse primarie Seawater Vertical Farm?”</strong></p>
<p>Antonio: “Bé, sono i problemi con cui bisogna fare i conti oggi. Il sistema del cibo globalizzato è il più grande inquinatore. Produce più CO2 dell’industria se sommiamo la deforestazione, la refrigerazione, il trasporto e l’impacchettamento del cibo. La grande sfida oggi è trovare un sistema economico e efficiente per produrre cibo vicino a chi poi dovrà effettivamente mangiarlo. Se poi si riesce a non gravare sulle risorse idriche esistenti… La SWVF usa acqua di mare per raffrescare e umidificare le serre, condensando l’umidità in eccesso in acqua dolce per irrigare le piante. Il tutto sfruttando passivamente le risorse naturali: sole e acqua di mare.”</p>
<p><div id="attachment_866" class="wp-caption aligncenter" style="width: 445px"><a href="http://www.studiomobile.org/" target="_blank"><img src="http://www.ilmecenatedanime.it/wp-content/uploads/2011/02/Studiomobile_Favretto+Girardi_Seawater_Vertical_Farm-e1298023260299.jpg" alt="" width="435" height="229" class="size-full wp-image-866" /></a><p class="wp-caption-text">Immagine del progetto Seawater Vertical Farm di studiomobile</p></div>
<p><strong>“Come si è instaurata una collaborazione così importante negli Emirati Arabi? E quali sono state le fasi di sviluppo di un progetto così articolato?”</strong></p>
<p>Cristiana: “Siamo arrivati negli Emirati Arabi con una multinazionale Europea con cui io ho lavorato a lungo, L’Oreal. Loro ci hanno introdotto e presentato alcune famiglie locali che finanziano progetti di ricerca legati allo sviluppo della regione. Da qui abbiamo collaborato con team internazionali che fanno ricerca in tutti i campi, dalla tecnologia, alla biologia, al marketing, agli impatti che avrà lo sviluppo sulla società.”</p>
<p><strong>“Mi sembra di cogliere che avete un approccio multitasking, interdisciplinare all’architettura. Affrontate un progetto di progettazione, prendendo spunto da altre discipline. Vedo spunti economici, di comunicazione e addirittura umanistici. Ma ad esempio tu Antonio, che lavori anche nel dipartimento di Tecnologia dello <a href="http://www.iuav.it/homepage/" target="_blank">IUAV</a> di, da dove hai attinto queste tue sfaccettature filosofiche?”</strong></p>
<p>Antonio: “La distinzione tra attività tecnica e attività umanistica è un’invenzione recente. Nel Rinascimento erano semplicemente attività del sapere. La tecnologia slegata dalla conoscenza dell’uomo, delle sue esigenze e dei suoi sogni prende un percorso a se stante. Diventa un mostro che genera mostri e brutture. Guarda le nostre città…”</p>
<p><strong>“Antonio se ti dico civitas, cosa mi rispondi?”</strong></p>
<p>Antonio: “I romani non distinguevano nemmeno linguisticamente tra città e società, tra l’insediamento fisico e chi in quell’insediamento viveva, modellava e ne era modellato. C’è sempre stato un rapporto diretto tra città e società. Società brutte creano città brutte, ed è vero anche il contrario.”</p>
<p><strong>“Invece per te Cristiana, quanto è stato importante per quello che stai facendo oggi, vivere per un periodo in una città così particolare come Barcellona?”</strong></p>
<p>Cristiana: “Barcellona è un melting pot di culture di stili, di creatività. E’ stata una delle più importanti città europee degli ultimi vent’anni. Per un architetto, in quanto creativo, è importante vivere nel cuore del contemporaneo. E Barcellona è una città da cui puoi solo lasciarti travolgere…”</p>
<p><strong>“Da incompetente in materia architettonica, ma con una forte curiosità da uomo della strada, mi capita spesso di chiedermi perché spesso si costruiscono delle cose esteticamente brutte. Ora voglio rigirarvi la domanda. Dal vostro punto di vista quand’è che una struttura è bella?”</strong></p>
<p>Antonio: “Il concetto di bello il più delle volte viene equivocato. Si pensa che sia qualcosa di irrazionale e ineffabile, quando è solo una risposta del cervello a qualcosa che trova adeguato. Per esempio ho letto uno studio che dimostra che i tratti fisici di donne e uomini che consideriamo belli altro non sono che l’indicazione di sanità fisica e garanzia quindi che producano una prole sana. La stessa cosa in architettura. Bello è ciò che sentiamo adeguato. A un luogo, a una funzione, a delle esigenze, a un tempo storico. Perciò le nostre costruzioni le troviamo orribili perché abusano del territorio, sono costruite con tecniche obsolete, non sono efficienti e molto spesso invivibili. Magari utilizzano anche un linguaggio fintamente classico che del classico non conosce la storia, i materiali e quindi alla fin fine, il senso ”</p>
<p>Cristiana: “Il bello è ciò che è giusto.”</p>
<p><strong>“E cosa mi dite della somiglianza in negativo tra molti edifici pubblici. Scuole, ospedali, tribunali sono tutti uguali: delle scatole, dei capannoni. Perché non hanno una loro specifica identità coerente anche con la funzione che devono avere?”</strong></p>
<p>Antonio: “L’architettura è una forma di comunicazione di massa. Il linguaggio che si utilizza per un edificio riflette l’idea che la società ha delle funzioni che in quell’edificio si svolgono. Sedi comunali, tribunali, scuole vengono costruiti con le stesse tecnologie, le stesse forme e lo stesso linguaggio dei capannoni, principalmente perché l’attività che vi si svolge dentro è sentita come un’attività tecnica. Qui non alberga più la cultura, ma la tecnica.”</p>
<p><strong>“Sentendo parlare voi, colgo che prendete spunto per i vostri progetti da situazioni diverse. Mi sembrate, per utilizzare un termine a me caro, quasi degli innovatori. Ma allora qual è la figura dell’architetto oggi? Quali sono gli elementi di diversità che l’architettura deve adottare rispetto al passato?”</strong></p>
<p>Antonio: “Un architetto dovrebbe studiare come si evolvono le esigenze della società e contribuire a dar loro forma. Alcune grandi architetture del passato hanno contribuito a prefigurare una alternativa concreta ad un modo di vivere. E i temi su cui l’architetto può lavorare sono moltissimi. Soprattutto adesso che la tecnologia avanzata viene impiegata in tutti i campi.”</p>
<p>Cristiana: “L’architettura è una disciplina molto complessa perché sottintende la gestione di un grande sapere. Gli architetti che più amiamo, conoscevano profondamente la società e ciò che essa produceva ovvero avanguardie artistiche, correnti letterarie, musica, tecnica, filosofia ecc. Se penso a grandi architetti come come <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Richard_Buckminster_Fuller" target="_blank">Buckminster Fuller</a>, <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Ludwig_Mies_van_der_Rohe" target="_blank">Mies Van der Rohe</a> e molti altri vedo personalità che hanno gestito un sapere grande ed hanno saputo tradurlo nel loro tempo, il loro zeitgeist! Hanno saputo fare una ricerca encomiabile, grazie alla loro capacità di percorrere le arti e le tecniche. Oggi questa capacità è ancora più importante in un periodo storico in cui, per dirla alla Yves Michaud, stiamo vivendo un “vaporarizzazione” delle arti e delle discipline. Mai come in questo ultimo decennio abbiamo visto un invasione tra le varie discipline, i confini tra di esse diventati ormai gassosi, fecondandosi le une con le altre.</p>
<p><strong>“L’architettura come altre discipline risente a mio avviso anche di alcune “mode”. Ora si cavalca l’ecosostenibile, il green, ma tanti dei progetti che vengono presentati mancano di spessore. Cosa vuol dire per voi andare in profondità delle cose?”</strong></p>
<p>Antonio: “E’ vero. La sostenibilità è diventata un’etichetta appiccicata sopra a molti prodotti. Anche se molte volte viene usato in maniera superficiale, soprattutto dagli architetti. Viene messo l’accento su materiali biocompatibili e efficienza energetica, che sono solo fattori di un paradigma più complesso che comprende anche equità sociale e condizioni economiche.”</p>
<p>Cristiana: “Il nostro approccio è del tutto diverso. Più a trecentosessanta gradi, a tutto tondo. Cerchiamo di tenere conto di più fattori possibili quando progettiamo. E’ più complicato, ma anche molto più divertente.”</p>
<p><strong>“Ma qual è il vostro sogno nel cassetto? Cos’è che ambireste a costruire?”</strong></p>
<p>Antonio: “<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/La_biblioteca_di_Babele" target="_blank">La Biblioteca di Babele</a>, come nel racconto di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Jorge_Luis_Borges" target="_blank">Borges</a>.”</p>
<p>Cristiana: “Vorrei aver progettato <a href="http://www.moma.org/collection/browse_results.php?criteria=O%3AAD%3AE%3A8109&amp;page_number=1&amp;template_id=1&amp;sort_order=1" target="_blank">La Ville spatiale</a> di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Yona_Friedman" target="_blank">Yona Friedman</a>”</p>
<p>Mentre rispondono alle mie domande, non posso non considerare che Cristiana e Antonio non solo sono colleghi, ma sono anche una coppia nella vita di tutti i giorni. Questo aspetto mi affascina molto, perché faccio sempre fatica a comprendere completamente come si possa lavorare e vivere con la stessa persona. Ho sempre la sensazione che una delle due dimensioni possa prevaricare l’altra mettendola a rischio.</p>
<p><strong>“Quali sono i vantaggi e gli svantaggi di lavorare oltre che vivere insieme?”</strong></p>
<p>Antonio: “Svantaggi? Cristiana è la persona con cui è stato più facile e stimolante collaborare!”</p>
<p>Cristiana: “Non ci sono grossi svantaggi soprattutto quando il lavoro sconfina nelle tue passioni e nel tuo quotidiano. Sarebbe difficile per entrambi non coinvolgersi reciprocamente in qualcosa che ci appassiona. Non ci spaventano gli svantaggi. Mi hanno sempre affascinato le storie di grandi coppie che hanno condiviso la vita oltre al lavoro, come gli <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Peter_e_Alison_Smithson" target="_blank">Smithson</a>, <a href="http://www.christojeanneclaude.net/" target="_blank">Jean Claude e Christo</a>, gli <a href="http://www.depadova.it/it/People/Ritratti/0064/000126/articolo_c.html" target="_blank">Eames</a>, <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Jean-Paul_Sartre" target="_blank">Sartre</a> e la <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Simone_de_Beauvoir" target="_blank">Beauvoir</a>.”</p>
<p><strong>“Dai prima di lasciarci, siete stati a Milano all&#8217;ultima edizione del <a href="http://www.archiportale.com/milano-design-week/" target="_blank">Design Week</a>, chi di voi ha voglia di raccontarmi com’è andata?”</strong></p>
<p>Cristiana: “E’ stato molto interessante. Milano in questi giorni concentra molte attività interessanti, diventa occasione di vedere vecchi amici e fare nuove conoscenze. Noi abbiamo esposto a Palazzo Isimbardi, sede della Provincia, in una mostra chiamata <a href="http://www.well-tech.it/" target="_blank">Well Tech</a> che indagava il tema della creatività e dell’innovazione, con progettisti da tutto il mondo. Un ottima occasione per fare network.”</p>
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		<title>Nicola Farronato &#8220;Qui Bassano, a Voi la linea&#8230; resto del mondo&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Mar 2010 09:54:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Bettini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[back2africa]]></category>
		<category><![CDATA[bassano del grappa]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><em>“… scusa, ma vedo che anche a te piace lavorare in un ambiente familiare… se non erro è la cucina quella che vedo alle tue spalle?”</em>.<br />
<strong><a href="http://it.linkedin.com/pub/nicola-farronato/20/a02/545" target="_blank">Nicola Farronato</a></strong></a>, che non è un cuoco, d’altronde fa un utilizzo “improprio” del tavolo da pranzo adibito a scrivania e dei cassetti delle posate come raccoglitori di appunti.</p>
<p>Nicola effettivamente si trova nella cucina di casa sua, a Bassano del Grappa, quando lo raggiungo via Skype, ma con il suo computer sta dialogando con il mondo. Svelato che non è un esperto ai fornelli, almeno non professionalmente parlando, di cosa si occupa?</p>
<p>Beh effettivamente possiamo parlare di ricette con lui, con questa tipologia d’ingredienti però: tecnologia, innovazione, imprenditoria, web e start-up. Se a tutto ciò aggiungete un pizzico di creatività del nord/est e una buona dose di spirito californiano il gioco è fatto. Che dite è il profilo per un soggetto da copertina di Wired? Perché no, potremmo proporglielo al direttore di <a href="http://www.wired.it/" target="_blank">Wired</a> Italia Riccardo Luna.</p>
<p><strong>“Nicola, dalla California all’economia veneta, l’impatto non dev’essere semplice. Non parlo tanto in termini di jet lag, ma di approccio culturale al fare impresa qui da noi. Prima di capire meglio cosa stai combinando nella tua cucina di Bassano, facciamo un passo indietro e raccontami qual è stato il tuo percorso professionale”</strong></p>
<p>“Certo, cominciamo dall&#8217;inizio, disse il Re con tono grave. Va avanti finchè arrivi alla fine, e li … non fermarti! Parto dalla fine per risalire all&#8217;inizio, citando (e scombinando) una frase celebre di Alice nel Paese delle Meraviglie. Il motivo non è solo la recentissima uscita del film nelle sale, bensì il fatto che molto del mio percorso ruota attorno a questo inizio, come pure questa fine. Prima di tutto volevo fare il manager, sai di quelli con la valigetta sempre in mano che viaggiano in lungo e in largo senza sosta; e così da adolescente mi esercitavo con le cartine geografiche più disparate, in maniera da prepararmi al grande salto in quella realtà, un giorno&#8230; un giorno quel giorno è arrivato, mi chiamano in direzione un venerdì, e mi dicono cosa avevo da fare il lunedì seguente. Fatto sta che con mio incredulo indugio iniziale dopo poche ore ero imbarcato per Tokyo e passavo dal bianco del Grappa, a quello del Fuji&#8230; <img src='http://www.ilmecenatedanime.it/wp-includes/images/smilies/icon_smile.gif' alt=':)' class='wp-smiley' />  strano ma vero da quell&#8217;inizio mi sono fermato dieci anni dopo, nel senso che sono andato a riguardarmi nel dizionario cosa voleva dire manager, e ho cambiato lavoro perchè io, a dire il vero, non volevo fare quello&#8230; almeno farlo così! In questi primi dieci anni professionali, dopo un po&#8217; di missioni commerciali all&#8217;estero (ca. 150), ho aperto una parentesi californiana, è vero: il tempo di fare un giro nel campus di UCLA e segnare nel tabellino il mio primo fallimento da aspirante imprenditore (in Silicon Valley dicono che ce ne tocca 7 a testa!), finito come era ancora prima di cominciare un tentativo di aprire una società sulla costa di LA nel settore food&amp;beverage&#8221;.</p>
<p><strong>“Quindi da queste tue esperienze in giro per il mondo, dai tuoi continui viaggi, sei riuscito a farti “contaminare” culturalmente da tutto ciò che ti accadeva intorno. I tuo spostamenti di lavoro sono diventati anche delle occasioni per incontrare nuove realtà, nuove persone?”</strong></p>
<p>“Questo sicuramente, il viaggio ti espone a moltissime contaminazioni, il dove ti portano lo devi decifrare tu. Nel mio caso posso dire di aver conosciuto persone eccezionali, e di poter raccontare tantissimi aneddoti simpatici su questi incontri&#8230; dagli upgrades in business class a fianco di CEO della Grande Mela, fino ai più stravaganti randevouz con artisti e imprenditori sociali bohèmien di Berlino. Non è solo una questione di spazio però, non finisce nel ristorante, hotel o aeroporto di turno, l&#8217;esperienza. Anzi, alle volte lo spostamento portato all&#8217;estremo ti può limitare, non ti permette di soffermarti e di cogliere sfumature di dettagli che fanno la differenza, nel costruire relazioni che durano oltre l&#8217;euforia iniziale”.</p>
<p><strong>“E veniamo al momento zero, quello che ti ha permesso di capitalizzare tutto ciò che avevi appreso. Come è avvenuto il cambiamento, quando è sopraggiunta la consapevolezza che attraverso la rete si può creare e condividere conoscenza?”</strong></p>
<p>“La passione per la rete credo di averla acquisita giorno dopo giorno, e così coltivata pure, visto che la considero una soglia di contatto dal potenziale ancora inespresso… tornando alla tua domanda, beh, mentre non credo di avere ancora capitalizzato, sono certo ci sia stato un punto zero, che si è distinto dalla corsa quotidiana, ed ha lasciato il segno indelebile sulla mia traiettoria. Credo proprio coincida con una delle tante conoscenze di questi ultimi anni, datata 2005. La rete l&#8217;ha facilitata, l&#8217;intelletto sviluppata, questo si. Lui è uno dei massimi esperti internazionali di executive education, e insegna management dell&#8217;idea a Parigi. Si chiama <a href="http://saperi.forumpa.it/people/isaac-getz" target="_blank">Isaac Getz</a>, e quando ho letto il suo trafiletto su un quotidiano locale è scoccata una scintilla&#8230; dopo 2 ore gli mandai una email fiume, dopo 2 giorni eravamo al telefono&#8230;”</p>
<p><strong>“Qual è stato il tuo primo progetto di questa tua nuova fase di vita?”</strong></p>
<p>“Mi ci sono voluti mesi per collocarlo nel mio contesto quotidiano, e anni (ora lo posso dire) per coglierne la portata. Eppure era una cosa semplice, un messaggio lampante: (ri)mettere l&#8217;uomo al centro del sistema innovazione, e da li accelerarlo e poter creare nuovo valore, con gli stessi elementi. Ho girato più volte l&#8217;Europa, con ogni mezzo, per presentarlo, andando a bussare a porte concatenate l&#8217;una all&#8217;altra da indizi comuni, che la maggior parte delle volte si aprivano, e dischiudevano un altro mondo da capire, avvicinare, scrutare. Tutto questo ha preso forma in un nome, che più che un brand assomiglia oggi per me all&#8217;etichetta dell&#8217;abito che mi piace mettere ogni mattina: <strong>Smile@Work</strong>!&#8221;</p>
<p><a href="http://it.linkedin.com/pub/nicola-farronato/20/a02/545" target="_blank"><img src="http://www.ilmecenatedanime.it/wp-content/uploads/2011/02/smile_work_logo-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" class="alignleft size-thumbnail wp-image-782" /></a><strong>“Ma se non sbaglio poi questo Smile@Work è stato selezionato nel 2006 come uno dei progetti più innovativi. Addirittura ti hanno contattato per un format televisivo a riguardo. Com’è andata?”</strong></p>
<p>“Smile@Work non ha ancora accelerato l&#8217;innovazione mondiale, ma certamente lo ha fatto con me e le mie relazioni globali. Nel giugno 2006 ha debuttato sotto forma di modello innovativo per organizzare distretti della conoscenza ad un congresso EU a Napoli, poi da li il coinvolgimento in un progetto ministeriale dallo slogan inn-ovation: innovazione con ovazione, dove si sarebbe dovuto produrre un nuovo format per TV regionali sul canale di Stato, sfumato alla fine per intoppi di percorso burocratico (continuiamo pure la conta dei progetti falliti …). Da li è ritornato nel cassetto per un po&#8217;, fino a che ne è riuscito sotto forma di idea editoriale. L&#8217;ultimo avvistamento ne parla bene, pare sia la volta buona quest&#8217;anno … ma sai sotto che forma?!!&#8221;</p>
<p><div id="attachment_786" class="wp-caption aligncenter" style="width: 445px"><a href="http://www.back2africa.it/" target="_blank"><img src="http://www.ilmecenatedanime.it/wp-content/uploads/2011/02/nicola_farronato_B2A-e1297937349854.jpg" alt="" width="435" height="326" class="size-full wp-image-786" /></a><p class="wp-caption-text">Nicola Farronato (il secondo a destra) insieme ad alcuni collaboratori dell'evento Back2Africa</p></div><strong>“Poi c’è <a href="http://www.back2africa.it/" target="_blank">Back2Africa</a>, un progetto che ben conosco visto che ne è stata coinvolta anche la mia amica <a href="http://www.ilmecenatedanime.it/blog.php/2009/10/06/virago-entertainment-e-qui-la-festa/" target="_blank">Manu</a>. Parlamene un po’ e soprattutto raccontami quale sarà la sua evoluzione?”</strong></p>
<p>“Back2Africa è stato un collante incredibile nel tenere uniti tutti questi elementi, soprattutto nella loro fase iniziale. E&#8217; partito in modo estemporaneo, anche lui; la scintilla l&#8217;ha presa nel 2006, dal piacere di scrivere qualche rima in una torrida notte agostana. Racconta di un nuovo modo di parlare d&#8217;Africa, nel nostro piccolo mondo locale, dove la nostra società si è fusa con una moltitudine di culture, troppo in fretta, e senza conoscerle. Di tutte le etnie, quella black mi ha da sempre affascinato, tanto è che questo progetto nasce dalla suggestione di un paesaggio del Continente Nero, reale o immaginario che sia, fatto di colori, suoni, canti e gesta uniche. Ho avuto la fortuna di trovare in alcuni amici la voglia di condividere questa visione fantastica, di sfidare l&#8217;inesperienza comune, di proporre un messaggio fresco, che sappia parlare di Africa senza essere scontato, conciliando cultura-solidarietà-divertimento. Sono passate 4 edizioni, in un tutt&#8217;uno di crescita, dall&#8217;entusiasmo, all&#8217;energia, alla partecipazione. Oggi, alla soglia della 5^ comparsa sul teatro di una bellissima villa veneta (17/18 luglio prossimi), B2A vuole diventare un festival di cultura black, che dia spazio a tutto ciò che da quei luoghi è partito e si è sparso in frammenti ovunque, riportandolo per la lunghezza di qualche giorno che assomiglia a notte, sotto un cielo stellato della Savana …”</p>
<p><a href="http://www.yeam.eu/" target="_blank"><img src="http://www.ilmecenatedanime.it/wp-content/uploads/2011/02/logo_yeam-300x167.jpg" alt="" width="300" height="167" class="aligncenter size-medium wp-image-787" /></a></p>
<p><strong>“E lo <a href="http://www.yeam.eu/" target="_blank">YEAM</a> invece, in cosa consiste?”</strong><br />
“YEAM è un progetto a cui tengo moltissimo, che in questi ultimi 2 anni ho fortemente voluto tenere in piedi, e che spero di far decollare presto come merita. Young European Avantgarde Minds è un open network prima di tutto, fatto da giovani che stanno cercando nuove opportunità per dare vita ad imprese innovative. E&#8217; stato concepito a Berlino alla fine del 2007, parlando per ore con un giovane creativo tedesco su un locale di Kreuzberg. Il filo conduttore è la condizione dell&#8217;imprenditore nella Economia della Conoscenza, quindi la figura dell&#8217;imprenditore della conoscenza. Io in questo momento mi ritengo tale, e con YEAM ho voluto creare un punto di riferimento per raccogliere approcci differenti attorno a questo tema, immaginando un faro del XXI° secolo, rivisitato per segnare la via ai giovani talenti che viaggiano lungo le rotte internazionali dell&#8217;innovazione. YEAM in questi primi 2 anni è stato concettualmente più vicino ad un think-tank, nel quale via via ho aperto la porta alle persone più interessanti che trovavo, lungo la mia rotta dell&#8217;innovazione. Abbiamo avuto una serie di piccoli grandi riconoscimenti: da reti internazionali di alta formazione come <a href="http://www.intentac.org/" target="_blank">INTENTAC</a> (Accademia Internazionale dell&#8217;Imprenditoria), a corporates come INTEL, a consorzi dell&#8217;innovazione come IVI (Innovation Value Institute)&#8221;.</p>
<p>Chissà perché, ma più Nicola parla, più ho la strana e piacevole sensazione di trovarmi come davanti ad uno specchio. Al di là del suo anticonformismo nel modo di fare, sembra che abbiamo una visione molto simile.</p>
<p>Lui crede nel valore della rete, in un’economia della conoscenza ed è in continuo fermento per sviluppare gruppi di lavoro con competenze diverse, ma con una forte eccellenza ed entusiasmo che li contraddistingua.</p>
<p>Io, al di là che abbia la cucina ad ufficio come lui, sto perseguendo questo cammino di mecenate d’anime, fortemente convinto che ci siano grandi persone attorno a noi, con delle idee, progetti innovativi da portar avanti, alla faccia di una politica che ci vuole tutti involuti, mediocri e… corrotti.</p>
<p><strong>“Quali sono state le difficoltà maggiori che hai trovato nel tuo cammino?”</strong></p>
<p>“Sai Andrea, mi piace pensare che le difficoltà più grandi sono quelle che mi sono creato da solo, ovvero tutte quelle paure, incertezze, sensazioni dal caso con cui devi imparare a convivere se questo è il tuo lifestyle. Una cosa è certa: fare innovazione dal basso verso l&#8217;alto oggi in Italia non è facile, e non alludo ai soliti commenti critici su Istituzioni, intrecci di interessi, burocrazia&#8230; c&#8217;è molto di peggio, si chiama cultura media. Una delle cose più difficili è spiegare a chi ti sta attorno quello che fai, quello che cerchi di cambiare, e quello che vorresti realizzare. La rete in questo ti viene in aiuto, ti permette di coltivare terreni ubiqui fatti di relazioni che fisicamente non potresti magari sostenere, vuoi per la frequenza, vuoi per la complessità. Io per ri-equilibrare questa posizione continuo a sviluppare legami di rete globali, sia reali che virtuali, auspicandomi che i passi della nostra società possano accelerare in questa direzione, creando un terreno più fertile per lo crescita di nuove idee e imprese innovative&#8221;.</p>
<p><strong>“Senti Nicola e questo 2010 cosa prevede? E’ vero che ti stai attivando per una start-up in Silicon Valley legata al lancio di una nuova impresa mobile?”</strong></p>
<p>“Il 2010 è partito molto intenso, e ci sono tante cose in cantiere, tra cui si, anche almeno una start-up legata ad un nuovo servizio web e mobile. La Silicon Valley rimane il luogo più attraente da questo punto di vista, stiamo valutando proprio in questi giorni le opzioni e le modalità. Lavorare per un nuovo progetto è entusiasmante, anche se bisogno essere chiari con la propria creatività nei rami da tagliare. Su quest&#8217;anno c&#8217;è una grande aspettativa, e quello che ne uscirà punta ad avere un altissimo impatto …non posso dire di più per ora <img src='http://www.ilmecenatedanime.it/wp-includes/images/smilies/icon_smile.gif' alt=':)' class='wp-smiley' />  ”</p>
<p><strong>“E da grande… cosa farai?”</strong></p>
<p>“Mi piacciono i sogni nei cassetti, quindi penso che ne cercherò di nuovi da aprire&#8230; come pure cercherò un Re, e ascolterò le sue parole: comincerò dall&#8217;inizio, andrò sempre avanti fino alla fine, e lì&#8230; penso che non mi fermerò! <img src='http://www.ilmecenatedanime.it/wp-includes/images/smilies/icon_wink.gif' alt=';)' class='wp-smiley' /> &#8221;</p>
<p>Dopo un’ora di intensa conversazione chiudo la chiamata con Nicola. Sorgono in me due sentimenti. Il primo è un rammarico per non averlo conosciuto prima. Il secondo è la felicità che adesso che ci siamo incontrati, potremmo fare qualcosa di bello insieme. Che ne dici Nicola, accetti la sfida?</p>
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