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	<title>Il mecenate d&#039;anime &#187; sogno</title>
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	<description>Storytelling by Andrea Bettini</description>
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		<title>Ho interpretato il sogno di mio padre &#8211; Claudio Costa</title>
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		<pubDate>Fri, 09 May 2014 07:31:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Bettini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“Salvare una vita umana diventa un atto d’amore sconfinato con il mondo”. Le parole sono quelle di un medico. Le emozioni sono quelle di un dottore. All’anagrafe Claudio Marcello Costa. Per gli amici e per tutti gli appassionati di motomondiale è il “dottor Costa”. Nel 1976 ha fondato la clinica mobile. Nella vita ha interpretato un sogno.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Ascolta la storia</strong><br />
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<p>“<em>Salvare una vita umana diventa un atto d’amore sconfinato con il mondo</em>”. Le parole sono quelle di un medico. Le emozioni sono quelle di un dottore. All’anagrafe <strong>Claudio Marcello Costa</strong>. Per gli amici e per tutti gli appassionati di motomondiale è il “<strong>dottor Costa</strong>”. Nel 1976 ha fondato la clinica mobile. Nella vita ha interpretato un sogno.<br />
<div id="attachment_3479" class="wp-caption aligncenter" style="width: 420px"><img src="http://www.ilmecenatedanime.it/wp-content/uploads/2014/05/Dottor_Claudio_Costa.jpg" alt="" title="Claudio Marcello Costa - Il dottor Costa" width="410" height="220" class="size-full wp-image-3479" /><p class="wp-caption-text">Claudio Marcello Costa, il dottor Costa, fondatore della Clinica Mobile </p></div></p>
<p>Non è facile fargli delle domande. Non perché sia ritroso nel rispondere, ma perché è un piacere, stare in silenzio ed ascoltarlo in un suo libero esternare di pensieri. L’intera telefonata è un susseguirsi di ricordi, sensazioni e vibrazioni di sentimenti. Un discorso pacato in continuo equilibrio tra la bellezza di una straordinaria vita vissuta e la profondità di alcune cicatrici ben impresse nell’anima da dolorosi episodi.</p>
<p>La figura del padre è ricorrente. Non potrebbe essere diversamente. Figlio di Francesco “Checco” Costa, che ha fatto la storia del motociclismo agonistico moderno, organizzando alcune delle gare più importanti a livello internazionale ed ideatore del Circuito di Imola, Claudio ne è l’interprete di un sogno inteso come progetto di esistenza terrena. Papà Checco, laureato in agraria, ma con la passione per i motori ben conosceva i rischi di correre su delle potenti due ruote. È così che il giovane Claudio si ritrova con due divieti. Il primo è quello di fumare. Il secondo, di andare in moto. Però gli indica una missione. Occuparsi del “salvataggio” dei piloti che corrono in pista. Claudio fa sua questa indicazione e la interpreta nel migliore dei modi. Si laurea in medicina con tre specializzazioni, Clinica ortopedica e traumatologica, Fisio-chinesiterapia ortopedica e Medicina dello Sport. Proprio al Circuito di Imola inizia a prestare i propri soccorsi come medico di pista. Mette a disposizione tutta la sua professionalità al servizio dei piloti. Competenze mediche che nel suo caso non posso scindere da quelle umane. Con la sua profondità d’animo riesce a curare sia le ferite fisiche, ma non solo.</p>
<p>Geoff Duke, Franco Uncini, Graziano Rossi, il papà di Valentino, sono solo alcuni dei piloti che sono stati da lui soccorsi. Ma ben presto Claudio Costa, il dottor Costa diventerà un riferimento per generazioni diverse di piloti del motomondiale. Mentre parla, traspare nelle sue parole una piacevole serenità. Quel gesto di far risorgere un pilota è pregno di gioia. Mentre cerca di sorvolare su alcuni degli accadimenti tragici che comunque caratterizzano uno sport come questo. Ci riesce. Fino ad un certo punto però. Quando si arriva al un passato recente come la morte di Marco Simoncelli fa una pausa. “<em>Ho cercato di darmi una risposta. Abbiamo cercato insieme alla sua famiglia di darci una risposta</em>”. È qui che mi accenna alla sacralità – “<em>Il mondo ha bisogno della sacralità. Una sacralità che va oltre la ragione. Dove  nel ricordo c’è la possibilità, l’illusione di sconfiggere quello che è l’oblio e poter decantare l’eterno</em>”.<br />
<div id="attachment_3481" class="wp-caption alignleft" style="width: 208px"><a href="http://www.fucinaeditore.it/it/libri/la-vittoria-di-marco" target="_blank"><img src="http://www.ilmecenatedanime.it/wp-content/uploads/2014/05/la_vittoria_di_Marco-198x300.jpg" alt="" title="La vittoria di Marco - dottor Claudio Costa" width="198" height="300" class="size-medium wp-image-3481" /></a><p class="wp-caption-text">La copertina del libro - LA VITTORIA DI MARCO e il folle sogno del dinosauro: eroi non estinguetevi - di Claudio Costa (Fucina Editore)</p></div></p>
<p>Questa componente di cercare con il proprio lavoro di aggiungere vita ai piloti, proprio con la clinica mobile ha trovato un importante tassello di immortalità. Un automezzo appositamente pensato e studiato per interventi medici rapidi a piloti infortunati. Era il primo maggio del 1977 quando questa idea di Claudio Costa ha trovato forma e sostanza, debuttando al GP d’Austria di Salisburgo. Da allora la clinica mobile è sempre stata presente in tutti i circuiti dove si sono tenute gare di motomondiale. Con lei, proprio il suo artefice il dottor Costa, sempre pronto a dispensare cure ed anche sorrisi.</p>
<p>Da quest’anno però Claudio Costa ha deciso di fare un passo indietro. Ha designato il suo successore. Michele Zasa, trentaquattro anni e pronto a portare avanti un progetto illuminante. Chiedo al dottor Costa cosa stia facendo ora e lui sospirando mi dice: “<em>Alla mia età mi sto guardando dentro… ripercorro ciò che ho fatto… contento di averlo fatto e sperando di averlo fatto al meglio</em>”. D’istinto mi verrebbe di rispondergli “su questo non può avere dubbi”, ma mi trattengo. Glielo dirò la prossima volta. Perché voglio risentirlo. Voglio incontrarlo. Ascoltare le sue parole è stato un piacevole regalo. È proprio vero che è un dottore. Fa stare bene chi lo ascolta.</p>
<p>Arrivederci dottor Costa!</p>
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		<title>Non si vive di solo calcio. C&#8217;è anche il football&#8230; quello americano &#8211; Michele De Martin</title>
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		<pubDate>Wed, 26 Feb 2014 08:13:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Bettini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dalla cucina fuoriescono gli aromi della domenica. Il bollito è già da un paio d’ore sul fuoco. Dal salotto invece provengono delle parole. Il televisore è acceso su uno di quei canali da poco nati. Le chiamano reti commerciali. In quella mattina tutto sembra perfettamente incastrarsi nella ritualità di un giorno di festa. Michele ha poco più di dodici anni e seduto sul divano, ancora con il pigiama addosso, è rapito da ciò che viene trasmesso da quella scatola rettangolare appoggiata sul portatelevisore da poco lucidato. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Ascolta la storia</strong><br />
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<p>Dalla cucina fuoriescono gli aromi della domenica. Il bollito è già da un paio d’ore sul fuoco. Dal salotto invece provengono delle parole. Il televisore è acceso su uno di quei canali da poco nati. Le chiamano reti commerciali. In quella mattina tutto sembra perfettamente incastrarsi nella ritualità di un giorno di festa. Michele ha poco più di dodici anni e seduto sul divano, ancora con il pigiama addosso, è rapito da ciò che viene trasmesso da quella scatola rettangolare appoggiata sul portatelevisore da poco lucidato. Ad attrarre l’attenzione di Michele quella mattina però non sono cartoni animati. È una trasmissione sportiva. Si tratta di football, di football americano e a commentare quella prima partita trasmessa in Italia del campionato <a href="http://www.nfl.com/" target="_blank">NFL</a> è un certo Dan Peterson.</p>
<p>Per Michele è subito amore. Certo per i bambini è facile appassionarsi ad uno sport. È altrettanto facile e naturale per loro allontanarsene, per ripiegare su un altro. Ma non è così per <strong><a href="http://www.mastiniverona.net/" target="_blank">Michele De Martin</a></strong>. Passa poco tempo, l’anno è il 1982 e Michele, assiste dal vivo alla sua prima partita di football americano. La città è la sua Verona e la squadra in azione è proprio quella di casa i <a href="http://www.redskinsverona.it/" target="_blank">Redskins</a> in un incontro valevole per il campionato italiano. Il coinvolgimento per Michele è totale. Un’emozione mai provata. Guarda la perfezione dei lanci che vengono eseguiti. Le corse irrefrenabili verso l’ultima yard. Le collisioni dei corpi dei giocatori durante le mischie.</p>
<div id="attachment_3386" class="wp-caption aligncenter" style="width: 445px"><a href="http://www.mastiniverona.net/" target="_blank"><img src="http://www.ilmecenatedanime.it/wp-content/uploads/2014/02/quarterback-7-mastini-e1393260967204.jpg" alt="" title="Michele De Martin - Non si vive di solo calcio. C&#039;è anche il football, quello americano - Mastini Verona" width="435" height="315" class="size-full wp-image-3386" /></a><p class="wp-caption-text">Michele De Martin #7 quarterback per tre stagioni (2006/2008) dei Mastini Verona (ph. by Federico Tumicelli)</p></div>
<p>Da quel giorno anche Michele inizia a fare i suoi primi lanci nel campetto vicino a casa. Con lui il fratello e qualche amico. I loro coetanei si soffermano incuriositi, poi proseguono il loro cammino con il tondo pallone verso il campo da calcio, mentre Michele e compagni fanno vibrare nell’area quella palla ovale. È un divertimento totale in grado di attutire anche i dolori dovuti a qualche escoriazione da caduta a terra.</p>
<p>Negli anni successivi Michele continua ad andare a vedere i suoi Redskins. Incontri epici con tanto di finale a San Pellegrino e nell’87 entra a far parte delle giovanili di quella squadra. Allenamento dopo allenamento, Michele affina la tecnica, gestisce le tensioni, aumenta la passione per questa disciplina sportiva. Due anni dopo è in prima squadra. Il suo ruolo è quello del quarterback, non potrebbe essere diversamente. D’altronde Michele ha come idolo <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/John_Elway" target="_blank">John Elway</a>, uno dei più grandi quarterback della storia del football americano, una vera e propria bandiera dei <a href="http://www.denverbroncos.com/" target="_blank">Denver Broncos</a> e un esempio sportivo per tutta la NFL. Ma non è solo per questo. La scelta di questo ruolo è un po’ la presa di coscienza per l’amore che ha nei confronti di questo sport. Un ruolo delicato, dove l’essere il regista di una squadra, comporta la gestione della strategia d’attacco, dei lanci perfetti, il prendere decisioni in pochi secondi mentre ti si stanno dirigendo contro avversari come fossero automezzi asfaltatori. È una sfida quella di Michele. Con sé stesso in primis, con la gestione della paura. Che lo porta ad essere proclamato miglior quarterback nell’edizione 2002 del campionato italiano di Silver League. Questa componente agonistica sembra essere ben presente nella famiglia De Martin, visto che anche il fratello più giovane di Michele raggiunge nel 1995 e nel 1997 la nazionale italiana, conquistando una medaglia d’argento ed un bronzo negli europei per nazioni.</p>
<div id="attachment_3388" class="wp-caption aligncenter" style="width: 445px"><a href="http://www.mastiniverona.net/" target="_blank"><img src="http://www.ilmecenatedanime.it/wp-content/uploads/2014/02/head-coach-mastini-e1393261485142.jpg" alt="" title="Michele De Martin - Non si vive di solo calcio. C&#039;è anche il football, quello americano - Mastini Verona" width="435" height="404" class="size-full wp-image-3388" /></a><p class="wp-caption-text">L'entrata in campo dei Mastini Verona, capitanati dell'head coach Michele De Martin (ph. by Federico Tumicelli)</p></div>
<p>Intanto gli anni passano, Michele si rende conto che è giunto il momento di aggiungere un nuovo tassello nella sua passione verso il football americano. Lo fa nella maniera più originale, naturalmente più difficile e forse più pazza. Dal campo Michele vuole passare alla panchina. Da giocatore vuole essere allenatore. L’idea si concretizza un giorno di ritorno con il fratello e un amico da una partita di Coppa Campioni a Bergamo. “<em>Perché non costituiamo una nostra squadra?</em>”. L’interrogativo trova subito risposta. Si chiama <a href="http://www.mastiniverona.net/" target="_blank">Mastini Verona</a>, in onore a Cangrande della Scala e alla dinastia scaligera, ed è la nuova squadra della città veronese, che combatterà nel campionato di A2. Capo allenatore proprio il buon Michele De Martin e presidente, suo fratello.</p>
<div id="attachment_3390" class="wp-caption aligncenter" style="width: 445px"><a href="http://www.mastiniverona.net/" target="_blank"><img src="http://www.ilmecenatedanime.it/wp-content/uploads/2014/02/Mastini-A2-2013-e1393261679948.jpg" alt="" title="Mastini Verona stagione 2013" width="435" height="243" class="size-full wp-image-3390" /></a><p class="wp-caption-text">La squadra dei Mastini Verona nella scorsa stagione 2013 del campionato di A2 che dopo aver vinto otto partite consecutive hanno raggiunto i play-off per la prima volta nella loro storia e sono stati sconfitti dai futuri campioni d’Italia dei Grizzlies Roma ai quarti di finale</p></div>
<p>È l’inizio di una nuova avventura. Se giocare le emozioni erano uniche, trasmettere ciò che si sa non è da meno. Impegno, determinazione e tanta voglia di sognare, sono questi gli elementi che hanno caratterizzato Michele prima come giocatore ed ora come allenatore. Il football americano è l’espressione di cosa vuol dire avere una passione per Michele, ma allo stesso tempo è la chiave di lettura metaforica di come affronta la vita.</p>
<p>I Mastini Verona rappresentano l’espressione di chi ama il football americano qui da noi in Italia e allo stesso tempo è uno straordinario luogo di scambio di culture. Già proprio così visto che più che mai i Mastini sono una squadra multi-etnica, dove sono presenti moldavi, brasiliani, nord-africani e albanesi, oltre che un gruppo ben assortito d’italiani. Tutto ciò aspettando gli americani, che possono essere presenti solo nel campionato di serie A1. Ma non ci sono dubbi che arriveranno anche loro.</p>
<p>Michele De Martin ha ancora due sogni. Uno di questi è di portare i suoi Mastini nella massima serie. Il prossimo 2 marzo inizia un nuovo campionato e potrebbe essere la giusta annata. L’altro invece si chiama Mile High Stadium a Denver, per poter vivere da vicino le emozioni della sua squadra del cuore, quella di quel John Elway, in campo negli anni ’90 con la sua maglia numero 7 (numero indossato naturalmente anche da Michele) ancor oggi in giacca e cravatta bandiera dei suoi Broncos.</p>
<p>Vai Michele vai, lancia ancora una volta quella palla alla perfezione come solo tu sai fare.</p>
<div id="attachment_3395" class="wp-caption aligncenter" style="width: 445px"><a href="http://www.mastiniverona.net/" target="_blank"><img src="http://www.ilmecenatedanime.it/wp-content/uploads/2014/02/700_6738-e1393334757180.jpg" alt="" title="Mastini Verona" width="435" height="289" class="size-full wp-image-3395" /></a><p class="wp-caption-text">I Mastini Verona visti dall'obiettivo del fotografo Alfredo Montresor</p></div>
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		<title>Suoni e colori dell&#8217;anima &#8211; Anna Dari</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Jan 2013 08:59:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Bettini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non è possibile soffocare una passione. Tanto meno se questa è accompagnata dal talento. Perciò anche circostanze della vita che tenterebbero di allontanare da un proprio naturale percorso, non possono arrestare un processo vitale. Riescono a rallentarne il cammino, posticiparne gli straordinari effetti. Poi però succede ciò che deve accadere. E da quel momento tutto sarà diverso]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Ascolta la storia</strong><br />
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<p>Non è possibile soffocare una passione. Tanto meno se questa è accompagnata dal talento. Perciò anche circostanze della vita che tenterebbero di allontanare da un proprio naturale percorso, non possono arrestare un processo vitale. Riescono a rallentarne il cammino, posticiparne gli straordinari effetti. Poi però succede ciò che deve accadere. E da quel momento tutto sarà diverso.</p>
<p><a href="http://www.youtube.com/user/AnnaDari" target="_blank"><img src="http://www.ilmecenatedanime.it/wp-content/uploads/2013/01/Spartitodonna_Newtext1-copia-e1358758161175.jpg" alt="" title="Anna Dari - Suoni e colori dell&#039;anima" width="200" height="166" class="alignleft size-full wp-image-3060" /></a></a>Anche <strong><a href="http://www.youtube.com/user/AnnaDari" target="_blank">Anna Dari</a></strong> non avrebbe immaginato di rimettere le mani sui quei tasti bianchi e neri. Erano passati diciotto anni. Troppi. Non abbastanza per sopire i desideri. I motivi della pausa erano i più ordinari, per questo i più complicati. Quelli che a tante donne possono imbrigliare la propria esistenza. C’è un matrimonio. Una famiglia. Dei figli. Un lavoro. Tutto gira attorno a loro, anche quelle responsabilità che non spettano loro. Eppure per Anna suonare il pianoforte era la cosa più normale. Al di là di un diploma al conservatorio, la musica era espressione di lei e lei era espressione della sua musica. Ma quando le cose stanno così non si può relegare tutto al passato. Anna è musica.</p>
<p>Come in tutte le situazioni apparentemente prive di uscita, bloccate da influenze esterne e da inutili sensi di colpa, c’è bisogno del giusto chiavistello. Quello di Anna è un concerto al quale assiste. E’ una bella sera di fine estate quando nella sua Asti arriva un pianista. Non è un pianista qualunque. Anna la sua musica l’aveva già ascoltata. Non le sue parole però. Quelle che lui usa per presentare i suo brani. La commistione di quella musica e di quelle parole sono una miccia per Anna. Ad accenderla è <a href="http://www.giovanniallevi.com/" target="_blank">Giovanni Allevi</a>.</p>
<p><a href="http://www.youtube.com/user/AnnaDari" target="_blank"><img src="http://www.ilmecenatedanime.it/wp-content/uploads/2013/01/06092010728-225x300.jpg" alt="" title="Anna Dari - Suoni e colori dell&#039;anima" width="225" height="300" class="alignright size-medium wp-image-3064" /></a>Anna Dari torna a casa. Si siede davanti al suo pianoforte. Ancora qualche attimo di esitazione e poi procede. Le paure vengono spazzate dalle note. Le incertezze dai suoni. Come in una forma di trance creativo compone prima un brano. Poi un secondo. Poi un terzo. Il suo estro artistico è inarrestabile. Alla fine saranno sette i brani. La gioia espressa molto di più. Inizia a farli ascoltare. Prima ad amici e parenti, poi al pubblico. I primi concerti. Le prime grandi emozioni regalate. I primi complimenti ricevuti. Quel lasso di tempo di astinenza dal suono non sembra credibile ai più. La musica di Anna arriva dritta al cuore. Una musica classica che incontra il blues e non solo. E’ la magia di Anna quella che si sente.</p>
<p>Quasi ad omaggiare colui che l’ha fatta tornare nel suo mondo, dedica un brano al maestro Allevi. Gli affianca una poesia. Poi ne scrive altre. Ogni composizione arriva ad avere una poesia che l’accompagna. E’ la nascita di una raccolta. “<strong><a href="http://www.slanciovitale.blogspot.it/" target="_blank">Suoni e colori dell’anima</a></strong>”, non poteva che chiamarsi così.</p>
<p><a href="http://www.youtube.com/user/AnnaDari" target="_blank"><img src="http://www.ilmecenatedanime.it/wp-content/uploads/2013/01/100_4909-225x300.jpg" alt="" title="Anna Dari - Suoni e colori dell&#039;anima" width="225" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-3066" /></a>La storia di Anna Dari non finisce qui. Questo è solo il suo risveglio. Ora Anna vuole vivere con la sua musica. Non è semplice. Ci sono delle regole di mercato d’affrontare. Meccanismi discografici. Circuiti per esibirsi dal vivo da interpretare. Tutte cose che hanno poco, se non nulla, da vedere con la sua arte. Tutte cose necessarie per affermarne la sua esistenza.</p>
<p>Il passo più grande Anna lo ha già compiuto. Ora si tratta di muoverne ogni giorno altri nella direzione che le è più consona. Fare conoscere la propria musica, sembra un ossimoro in un Paese dove non s’investe nella cultura. Però qui non si tratta di realizzare un sogno, ma di vivere la propria esistenza. Anna sicuramente si è immaginato il suo traguardo.  Magari non raggiungerà proprio quello. Magari ne verranno fuori altri. Comunque sia sarà uno straordinario viaggio. Per lei. Per coloro che avranno il piacere di ascoltare la sua musica.</p>
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		<title>Il pianista fuori posto &#8211; Paolo Zanarella</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Nov 2012 13:55:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Bettini</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Ascolta la storia</strong><br />
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<p>Le lancette dell’orologio della Torre Belfredo segnano le otto. Le saracinesche dei negozi sono ancora abbassate. Una leggera foschia staziona a mezza altezza nell’aria. Non sono molti i passanti di un sabato mattino che a stento vuole risvegliarsi. In questo scenario quasi incantato appare lui. La sua sagoma si confonde con ciò che sta trasportando. Su un carrello con un motore d’avviamento preso da una vecchia Y12, troneggia un pianoforte a coda nella sua più completa nera eleganza. Arrivato quasi al centro della piazza, lui con quel insolito bagaglio a mano si ferma. Con un gesto fluido, ma intriso di ritualità, abbassa la pedana del carrello. Il pianoforte prende contatto con il terreno e la base di quel muletto diventa un naturale tavolo dove ospitare CD, depliants e articoli vari di giornali che parlano di lui. Non rimane che fissare un leggio, non per uno spartito, ma per un album fotografico che lo immortala in tante piazze diverse. Lui e il suo immancabile pianoforte.</p>
<p>Fatto questo ci rechiamo in un bar di lì a poco aperto. Mentre una musica anni ’80 fuoriesce dagli altoparlanti del locale ci sediamo attorno ad un rotondo tavolo. Davanti a noi un caffè. Di fronte i nostri sguardi. Ci presentiamo, ma è come se ci conoscessimo già. Mi era bastato incrociarlo qualche giorno addietro in un’altra piazza per conoscerlo. In quell’occasione non c’eravamo detti nulla. Lui stava suonando, io rincorrendo altri pensieri. Per questo gli avevo lasciato un biglietto da visita all’interno di un cappello che faceva da raccoglitore di monete. Forse per questo lui mi aveva richiamato e oggi eravamo lì.</p>
<p><strong><a href="http://www.paolozanarella.it/index.php" target="_blank">Paolo Zanarella</a></strong> inizia a raccontarmi la sua storia. La passione per la musica. La determinazione nell’apprendere una tecnica da autodidatta. La decisione di inseguire un sogno. Dopo anni di un lavoro certo, la voglia di provarci. Per non lasciare spazio ai rimpianti. Per costruire una felicità. Sua, di conseguenza in chi gli sta attorno.  Ed ecco che il pianoforte mai abbandonato diventa lo strumento per realizzare un desiderio di vita.</p>
<p>Intreccia le note per costruire la sua musica. Una musica classica. Una musica che punta dritta al cuore. Compone brani come se andasse a fissare nel tempo le sue emozioni. Poi condivide il tutto. Per creare nuove suggestioni in chi ascolta e fa propria la musica di cui lui è l’autore. Inizia pure ad esibirsi. Concerti, eventi, appuntamenti. Ma in taluni casi si accorge che non è sempre così facile far accorrere le persone per una musica comunque nuova, per qualcuno che comunque non è ancora noto.</p>
<p>Ed è proprio da una considerazione su questo, che tramuta una potenziale frustrazione in un’idea originale. “<em>Forse non riesco a riempire i teatri, ma la fuori c’è pieno di gente… perché non portare la musica, la mia musica dove le persone ci sono e possono soffermarsi anche per pochi minuti, per poi riprendere il cammino della propria vita</em>”. Da questo pensiero Paolo passa all’azione. Gli ci vuole poco tempo per capire come dipanare apparenti impedimenti. Di meccanica ne sa qualcosa. E’ il suo lavoro, o almeno così è stato fino a quel momento. Progetta quel carrello che gli permette di mettere in movimento il suo pianoforte e dare concretezza a quel suo pensiero. Ora gli è possibile trasportare ovunque la sua musica. Anche in quei luoghi che non sembrano essere deputati a ciò. Soprattutto là. Perché è proprio quella distonia visiva, quello stupore di trovare un pianista fuori posto a rendere il tutto ancora più intenso, più vivo.</p>
<div id="attachment_3008" class="wp-caption aligncenter" style="width: 445px"><a href="http://www.paolozanarella.it/index.php" target="_blank"><img src="http://www.ilmecenatedanime.it/wp-content/uploads/2012/11/331113_10150399337026005_533396004_10435574_1605629059_o-e1353937501523.jpg" alt="" title="Paolo Zarontello - Il pianista fuori posto" width="435" height="326" class="size-full wp-image-3008" /></a><p class="wp-caption-text">Il pianista fuori posto - Paolo Zarontello</p></div>
<p>Tutto pronto non rimane che partire. Ed è un cielo stellato di un’estate padovana a fare da cornice a lui e al suo pianoforte per il debutto. Prato della Valle, sembra come tutte le altre sere, ma non per Paolo. C’è una forte emozione. C’è pure una paura per fare qualcosa di nuovo. Ma bastano le prime note, i primi accordi di una sua canzone a spazzare ogni dubbio ed incertezza oltre che catalizzare l’attenzione delle prime persone. E’ fatta. La musica prende il sopravvento. La gioia di Paolo si trasmette attraverso le dita che accarezzano quei tasti bianchi e neri. Le onde sonore che partono dal suo pianoforte regalano emozioni in chi è lì e si trova inaspettato spettatore. Da loro queste sonorità vengono rispedite all’autore sotto forma di applausi o di tacite parole che dagli occhi trovano una loro intensa e compiaciuta espressività.</p>
<p>Da quella notte Paolo e il suo pianoforte non hanno mai smesso di suonare. Hanno girato insieme per innumerevoli piazze, per altrettanti luoghi apparentemente non destinati alla musica.  Il risultato è stato sempre quello: la capacità di trasmettere gioia sotto forma di colonna sonora. Perché la musica è una colonna sonora. Della vita di Paolo Zanarella. Della vita di tutti noi.</p>
<div id="attachment_3009" class="wp-caption aligncenter" style="width: 445px"><a href="http://www.paolozanarella.it/index.php" target="_blank"><img src="http://www.ilmecenatedanime.it/wp-content/uploads/2012/11/ALB_5277-e1353937804904.jpg" alt="" title="Il pianista fuori posto - Paolo Zanarella" width="435" height="654" class="size-full wp-image-3009" /></a><p class="wp-caption-text">Il pianista fuori posto - Paolo Zanerella a Venezia</p></div>
<p>Al termine di questa chiacchierata ci scambiamo una stretta di mano. Ancor più stretta è la sintonia che ci ha accompagnato nel ricostruire quel suo modo di rendere migliore il mondo. Prima di lasciarci mi fa leggere alcuni commenti lasciati da passanti su improvvisati biglietti. Sono la gratificazione maggiore per la scelta che Paolo ha fatto. Ora però non ha più tempo. Deve iniziare a suonare. Deve iniziare a regalare altri indimenticabili momenti.</p>
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		<title>Come realizzare i sogni di uno sportivo &#8211; Marco Galiazzo</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Jun 2012 09:06:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Bettini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I piedi sono ben ancorati a terra. Appaiono come radici di una grande quercia. Il perfetto equilibrio, quello da tutti ricercato, ma da pochi raggiunto. Le dita della mano sembrano una pinza di precisione. I muscoli delle braccia prendono forma in fase di trazione, mentre spalle, schiena e addominali assumono le sembianze statuarie di un’opera greca. In tutto ciò il respiro è fluido e la mente si svuota di ogni pensiero per concentrarsi su un unico obiettivo. Quel numero 10, racchiuso in un diametro di pochi centimetri e distante settanta metri. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Ascolta la storia</strong><br />
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<p>I piedi sono ben ancorati a terra. Appaiono come radici di una grande quercia. Il perfetto equilibrio, quello da tutti ricercato, ma da pochi raggiunto. Le dita della mano sembrano una pinza di precisione. I muscoli delle braccia prendono forma in fase di trazione, mentre spalle, schiena e addominali assumono le sembianze statuarie di un’opera greca. In tutto ciò il respiro è fluido e la mente si svuota di ogni pensiero per concentrarsi su un unico obiettivo. Quel numero 10, racchiuso in un diametro di pochi centimetri e distante settanta metri. La freccia parte. Il bersaglio è colpito. E’ oro olimpico e a salire sul gradino più alto del podio di una calda Atene del 2004 è proprio lui, il poco più che ventenne <strong>Marco Galiazzo</strong>. Un risultato sul quale in pochi avrebbero scommesso, se non quelli che quel ragazzo lo hanno visto crescere con l’arco in mano e fin da subito hanno capito il talento presente in lui. Un risultato che ha segnato il coronamento di grandi prestazioni passate, ma che allo stesso tempo gli ha aperto le porte a nuove sfide sportive, dove ad oggi è tuttora protagonista.</p>
<div id="attachment_2779" class="wp-caption aligncenter" style="width: 445px"><a href="http://www.ilmecenatedanime.it/wp-content/uploads/2012/06/Marco_Galiazzo_ORO_Atene_2004_Large.jpg"><img class="size-full wp-image-2779" title="Marco Galiazzo ORO Atene 2004" src="http://www.ilmecenatedanime.it/wp-content/uploads/2012/06/Marco_Galiazzo_ORO_Atene_2004_Large-e1338971841801.jpg" alt="" width="435" height="291" /></a><p class="wp-caption-text">Marco Galiazzo - Olimpiadi di Atene 2004 - Medaglia d&#39;oro</p></div>
<p>E pensare che tutto è iniziato con un regalo. Lui bambino riceve dagli zii un arco. Pochi tiri e amore a prima vista. L’immediata ricerca di una società sportiva. L’incontro con gli Arcieri Padovani. Le prime lezioni e l’immediata consapevolezza che è lo sport adatto a lui. “<em>Mi sono subito reso conto che era uno sport nel quale devi contare solo su te stesso e il tuo arco. Sfidare se stessi e i propri limiti ti aiuta a conoscerti in profondità. Questo aspetto del tiro con l’arco mi ha subito colpito</em>”, mi racconta Marco parlando delle sensazioni provate la prima volta che ha tirato con l’arco. E’ così che Marco mentre i suoi compagni rincorrono una palla per tirare in porta, cosa che comunque anche lui ha fatto, mira il 10 del bersaglio. “<em>L’ambiente che ho trovato nella società era ottimo, ho fatto subito tante amicizie, quindi non ho mai invidiato i compagni di scuola che giocavano a pallone. È vero che il tiro con l’arco è uno sport individuale, ma ci si allena insieme ai compagni di squadra, quindi si è sempre in gruppo. Il calcio è certamente lo sport più conosciuto, ma basta avvicinarsi e provare altre discipline per appassionarsi e praticare un altro sport</em>”, aggiunge sorridendo.</p>
<p>Certamente il luogo dove è nato e cresciuto, quel Ponte San Nicolò, dislocato a sud-est di Padova, lo ha aiutato. Etica, serietà, caparbietà e determinazione. Aspetti di un giovane all’apparenza riservato, ma che gli piace condividere e stare in compagnia. Ma oltre al territorio ci sono anche le persone che lo hanno sostenuto in questo suo percorso di crescita sportiva e umana allo stesso tempo. Come i genitori con i quali nutre un forte legame e che da sempre lo hanno sostenuto in questo suo cammino, tant’è che il padre è pure il suo allenatore.</p>
<div id="attachment_2781" class="wp-caption alignleft" style="width: 260px"><a href="http://www.ilmecenatedanime.it/wp-content/uploads/2012/06/MarcoGaliazzo_LasVegas2012_Large.jpg"><img class="size-full wp-image-2781" title="Marco Galiazzo Las Vegas 2012" src="http://www.ilmecenatedanime.it/wp-content/uploads/2012/06/MarcoGaliazzo_LasVegas2012_Large-e1338972161978.jpg" alt="" width="250" height="166" /></a><p class="wp-caption-text">Marco Galiazzo - Las Vegas 2012</p></div>
<p>Allenamento, che aggiunto al talento di Marco, diventa l’elemento fondamentale per raggiungere determinati risultati come lui stesso mi racconta: “<em>Sono entrambi importanti, ma se sei predisposto per praticare il tiro con l’arco e non ti alleni non potrai mai raggiungere alcun risultato prestigioso. Ci sono atleti di alto livello che quando hanno cominciato non era fortissimi, ma attraverso tante ore di allenamento e tantissime frecce tirate sono arrivati a gareggiare in ambito internazionale. Nel mio caso l’inclinazione verso questa disciplina ha certamente un peso rilevante, perché ripetere il gesto tecnico del tiro cercando la perfezione dei movimenti mi sembra quasi un gesto naturale, ma se in questi anni non mi fossi allenato intensamente di certo non sarei rimasto protagonista fino ad oggi</em>”.</p>
<div id="attachment_2784" class="wp-caption alignright" style="width: 225px"><a href="http://www.ilmecenatedanime.it/wp-content/uploads/2012/06/galiazzo_ORO_Atene_2004_Large.jpg"><img class="size-medium wp-image-2784" title="Marco Galiazzo ORO Atene 2004" src="http://www.ilmecenatedanime.it/wp-content/uploads/2012/06/galiazzo_ORO_Atene_2004_Large-215x300.jpg" alt="" width="215" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Marco Galiazzo ORO Atene 2004</p></div>
<p>Il passaggio da essere bravi a diventare campioni non è facile. Alcune volte nemmeno avviene, però è fondamentale la convinzione. Crederci fino in fondo. Impegnarsi totalmente con la gioia che si sta facendo qualcosa di grande. “<em>Fin da bambino ho ottenuto buoni risultati ed ho proseguito l’attività arcieristica con convinzione. Il primo trofeo che mi ha spinto a proseguire sono stati i Giochi della Gioventù, ai tempi si chiamava Trofeo Topolino. Dopo pochi anni ho ottenuto i primi risultati internazionali con la Nazionale Giovanile e quando ho vestito per la prima volta la maglia Azzurra ho capito che, se mi fossi impegnato a fondo, avrei potuto ottenere grandi risultati. In effetti quando ho vinto i Giochi Olimpici di Atene 2004 avevo solo 23 anni…</em>”, scandisce Marco con un pizzico di emozione.</p>
<p>Un percorso quello di Marco che sembra uno straordinario sogno realizzato, ma nel quale ci sono ancora entusiasmanti tappe da aggiungere. Infatti è proprio sulla domanda di quale sia il suo sogno odierno che Marco si sofferma: “<em>Sul versante sportivo vincere l’oro a squadre con l’Italia ai Giochi Olimpici di Londra. Quello individuale l’ho già conquistato e quello a squadre ancora ci manca, visto che finora abbiamo vinto un bronzo e due argenti</em> (l’ultimo ai giochi di Pechino 2008 con Di Buò e Nespoli n.d.r.). <em>Sul lato personale vorrei crearmi una famiglia e, se possibile, continuare a stare nell’ambiente arcieristico, visto che anche la mia fidanzata, Gloria, è un’arciera</em>”.</p>
<div id="attachment_2787" class="wp-caption aligncenter" style="width: 445px"><a href="http://www.ilmecenatedanime.it/wp-content/uploads/2012/06/IlarioDiBuò_MauroNespoli_MarcoGaliazzo_argento_Pechino200.jpeg"><img class="size-full wp-image-2787" title="Ilario Di Buò Mauro Nespoli Marco Galiazzo - argento Pechino 2008" src="http://www.ilmecenatedanime.it/wp-content/uploads/2012/06/IlarioDiBuò_MauroNespoli_MarcoGaliazzo_argento_Pechino200-e1338972557387.jpeg" alt="" width="435" height="289" /></a><p class="wp-caption-text">Ilario Di Buò Mauro Nespoli Marco Galiazzo - argento Pechino 2008</p></div>
<p>La vita di Marco è costellata di traguardi molti già raggiunti e altri ancora da raggiungere. L’oro a squadre alle Olimpiadi che appare una priorità, ma senza distogliere l’attenzione anche dal Mondiale Targa (all’aperto) sia a livello individuale sia a squadre. Risultati prossimi a breve, senza mai accontentarsi come Marco stesso mi dice: “<em>Lo scorso anno a Torino abbiamo vinto il bronzo, ma per uno sportivo è importante raggiungere sempre il risultato migliore, senza accontentarsi</em>”.</p>
<p>Un Marco al quale comunque non manca uno sano spirito di competizione, forse anche per questo se non avesse fatto l’arciere, sarebbe sulle piste a gareggiare per un primo posto, vista la sua passione anche per i motori. Ma soprattutto un Marco che prima di addormentarsi dopo un’importante gara, si congratula con se stesso per avere dato il massimo e si proietta immediatamente verso il prossimo impegno.</p>
<div id="attachment_2790" class="wp-caption alignleft" style="width: 209px"><a href="http://www.ilmecenatedanime.it/wp-content/uploads/2012/06/Galiazzo_oro_CoppadelMondo_Copenaghen2009_Large.jpg"><img class="size-medium wp-image-2790" title="Marco Galiazzo oro Coppa del Mondo Copenaghen 2009" src="http://www.ilmecenatedanime.it/wp-content/uploads/2012/06/Galiazzo_oro_CoppadelMondo_Copenaghen2009_Large-199x300.jpg" alt="" width="199" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Marco Galiazzo oro Coppa del Mondo Copenaghen 2009</p></div>
<p>Il tiro con l’arco una disciplina che Marco inesorabilmente ama. Uno sport che consiglia a tutti i ragazzi di avvicinarsi – “<em>Invito tutti i giovani a trovare attraverso <a href="http://www.fitarco-italia.org/" target="_blank">il sito della Federazione</a> la società più vicina a casa, contattarla ed andare a fare qualche lezione. Sono sicuro che la passione per l’arco crescerà dopo aver scoccato le prime frecce”. Uno sport che meriterebbe più visibilità come Marco stesso mi dice: “Le sfide che valgono il podio alle Olimpiadi o ai Mondiali sono appassionanti da vedere in tv, come dimostrano gli ottimi ascolti che sono stati registrati durante la finale di Atene 2004. Forse servirebbe qualche testimonial famoso per far avvicinare la gente a questo sport. La Federazione si sta impegnando per incrementare il numero di praticanti che, se fosse maggiore degli attuali 20.000, ci permetterebbe di avere delle sponsorizzazioni e degli spazi maggiori sui media. Noi azzurri ci impegniamo, perché sono soprattutto i nostri risultati a veicolare il nostro sport verso chi non lo conosce, ma a volte le medaglie internazionali che vinciamo non vengono valorizzate dai mezzi di comunicazione, mentre per altre discipline si fa molto di più. Forse ha un peso anche la scarsa conoscenza che hanno del nostro sport i direttori delle testate e i giornalisti stessi</em>”.</p>
<p>Intanto Marco si prepara a lanciare la sua prossima freccia. E mentre il suo sguardo si fissa sul bersaglio, non ci rimane che assaporare questo gesto tecnico proprio a partire dalle prossime Olimpiadi di Londra.</p>
<p>In bocca al lupo Marco.</p>
<p>- Per la realizzazione di questo articolo un ringraziamento va a Guido Lo Giudice, Ufficio Stampa <a href="http://www.fitarco-italia.org/" target="_blank">FITARCO</a>, per la disponibilità e collaborazione dimostrata. &#8211; </p>
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		<title>Luisa Trojanis: “All’inseguimento di un sogno”</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Dec 2010 13:40:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Bettini</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Quando rivolge la webcam verso la finestra vengo travolto immediatamente dallo spirito natalizio. Non ci sono luminarie. Nemmeno il via vai compulsivo di persone alla ricerca di regali. C’è molto di più o forse molto di meno. Già perché c’è l’essenza di un perfetto paesaggio invernale. Neve, montagne e alberi. Niente più.</p>
<p><a href="http://www.redfoxadventure.com/" target="_blank"><img class="aligncenter size-full wp-image-1655" src="http://www.ilmecenatedanime.it/wp-content/uploads/2011/02/Luisa_Trojans_01-e1298209655452.jpg" alt="" width="450" height="337" /></a></p>
<p>Sospendiamo pure per qualche istante la nostra conversazione. La mancanza di rumori innalza il suono del silenzio. Un silenzio naturale che calza perfettamente con le immagini. Tutto rallenta. Pure il respiro assume una cadenza rilassata e serena.</p>
<p>Ci troviamo a <a href="http://www.tanndalen.com/" target="_blank">Tanndalen</a>, a quasi seicento chilometri dalla capitale Stoccolma, a pochi chilometri dal confine norvegese e a più di 2.500 chilometri dall’Italia.<br />
Per la precisione non siamo in un luogo qualsiasi della cittadina svedese. Siamo, seppur virtualmente, nell’appartamento di <a href="http://www.redfoxadventure.com/" target="_blank"><strong>Luisa Trojanis</strong></a>.</p>
<p>Nonostante i capelli biondi e gli occhi chiari, non è un’indigena del posto. Lei è una <em>toscanaccia</em> doc. Ma che ci fa allora una ragazza della Val d’Orcia in un luogo così geneticamente diverso dalle sue origini? Vacanza! O per meglio dire organizza la vacanza a tutti coloro che vogliono un’esperienza nordica non indifferente.</p>
<p>La storia di Luisa è emblematica per capire quante risorse umane vengono sprecate in Italia. Fino ad oggi avevo affrontato il tema solo da un punto di vista di universitari, ricercatori o giovani imprenditori legati al mondo dell’high-tech. L’incontro con Luisa mi ha permesso di allargare, purtroppo, ulteriormente il campo.</p>
<p>“<em>… non mi sentivo gratificata in Italia… facevo un lavoro che mi piaceva… il tour operator nelle mie terre, però mi scontravo sistematicamente con la chiusura burocratica e culturale del nostro Paese…</em>” con queste parole mi spiega qual è stata la molla, l’elemento scatenante della sua fuga verso il profondo Nord.</p>
<p>E poi con la sua voce dolcemente graffiante continua “<em>… la mia intenzione era quella di aprire un’agenzia tutta mia in Italia, ma da una lato un fisco opprimente dove devi pagare anche quando non guadagni e dei meccanismi ottusi da parte di chi dovrebbe agevolare la messa in pratica di idee… e se in tutto ciò mettiamo la mancanza di una leale/reale concorrenza che dovrebbe premiare il migliore… la mia scelta drastica è stata quasi necessaria</em>”.</p>
<div id="attachment_1662" class="wp-caption aligncenter" style="width: 460px"><a href="http://www.redfoxadventure.com/" target="_blank"><img class="size-full wp-image-1662" src="http://www.ilmecenatedanime.it/wp-content/uploads/2011/02/Luisa_Trojans_02-e1298210254976.jpg" alt="" width="450" height="337" /></a><p class="wp-caption-text">Luisa Trojanis, dalla Val d&#039;Orcia alla Lapponia all&#039;inseguimento del suo sogno</p></div>
<p>Nelle parole di <a href="http://www.redfoxadventure.com/" target="_blank"><strong>Luisa Trojanis</strong></a> comunque non c’è rabbia o voglia di rivalsa. C’è molta consapevolezza e lucidità critica però. Come altri incontri fatti in passato alla base di tutto comunque c’è una passione – “<em>… sono all’inseguimento di un sogno e questo mi permette di superare certi ostacoli che vorrebbero le persone insoddisfatte… non è semplice come potrebbe apparire… magari quando esprimi il tuo disappunto su come certe cose non funzionino, le persone ti dicono eh vai all’estero che ci vuole… </em>”.</p>
<p>Già che ci vuole. E’ che nel fare determinate scelte occorre innanzitutto una buona dose di spirito d’intraprendenza. Poi essere curiosi. Essere affamati di conoscere cose nuove. Ed infine rischiare. Quel pizzico d’incoscienza che ti permetta di superare paure profonde.</p>
<p>“<em>Quando sono arrivata qui nel 2004, non avevo un business plan dettagliato o una strategia commerciale perfettamente pianificata… sono quasi capitata per caso in questo posto… ero in vacanza… però ho capito che era giunto il momento di darsi da fare, di smettere di lamentarsi che le cose non funzionano… era giunto il momento di agire</em>”.</p>
<p>Mentre Luisa parla però penso se quei luoghi, seppur magici, in qualche modo non le creassero anche un senso di solitudine. Fare determinate scelte in alcuni casi è più semplice in presenza di amici, parenti o comunque altre persone che ti possono stare vicino – “<em>… io ho bisogno della dimensione dello spazio aperto, questa mi da un senso di libertà impagabile… ho una base solida data dal fare un lavoro che mi piace… ed infine comunque solitudine e malinconia non li vedo elementi di per sé negativi… anzi sono due componenti cari a me… si tratta solo di viverli con il giusto approccio</em>”.</p>
<p>Nonostante vivi in un luogo così wild, Luisa non è certo solo questo. Lei stessa mi confida che comunque quando ha voglia le piace fare vita mondana. Allo stesso tempo ama anche il caldo, il sole, il mare. L’importante è che possa scegliere. Scegliere liberamente.</p>
<div id="attachment_1664" class="wp-caption alignleft" style="width: 277px"><a href="http://www.redfoxadventure.com/" target="_blank"><img class="size-medium wp-image-1664" src="http://www.ilmecenatedanime.it/wp-content/uploads/2011/02/Luisa_Trojans_and_Ginger-267x300.jpg" alt="" width="267" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Luisa Trojanis con il suo fedele husky Ginger</p></div>
<p>Per Luisa è stato molto importante lavorare anche con persone straniere. In particolar modo avendo lavorato molto con inglesi – “<em>… è un trampolino di lancio, se soddisfi loro è una garanzia per tutti gli altri ospiti…</em>” – ha imparato cosa vuol dire anche la disciplina e la precisione in un lavoro dove la finalità è quella di portare contentezza alle persone.</p>
<p>Poi mi parla di alcuni aneddoti che le sono accaduti. Il primo tanto per rimanere in tema natalizio è quando si è ritrovata ad intervistare le renne di Babbo Natale – “<em>… sì ti giuro ho visto questo signore vestito da Babbo Natale sulla sua slitta… ho cercato di avvicinarlo per fare due chiacchiere con lui… allorché raggiunto di lui non c’erano tracce, nel compenso ho trovato delle renne disponibili a sopportare le mie domande impossibili…</em>”. L’accaduto è anche certificato da un video, visto che Luisa Trojanis utilizza spesso il suo canale su <a href="http://www.youtube.com/user/redfoxadventure" target="_blank">Youtube</a> per pubblicare filmati della sua vita nordica.</p>
<p>La seconda storia riguarda un ragazzo che aveva organizzato con lei la vacanza – “<em>… vado a sciare da solo, mi ha detto ad un certo punto della serata… io un po’ perplessa l’ho lasciato andare… dopo poco mi è ritornato tutto affannato gridando ‘i lupi i lupi’… incuriosita e perplessa per quanto accaduto sono uscita insieme a un mio collega per verificare la cosa… praticamente mi sono ritrovata di fronte ad un branco di daini impauriti dalla visione che avevano appena avuto… praticamente era stato il nostro ospite con la sua tuta rossa sgargiante e le strisce fosforescenti a spaventarle</em>”.</p>
<p>Capisco anche da questi racconti, dal suo modo di porsi, dal tono delle sue parole quanto Luisa in questo momento della sua vita sia felice. Sicuramente il suo sogno non si è ancora completamente realizzato. Però solo il fatto di essere riuscita a fare un primo passo importante nella sua giusta direzione, le dona una serenità contagiosa.</p>
<p>“<em>… sai un giorno mi piacerebbe fare anche il contrario… cioè portare i norvegesi a visitare l’Italia e non solo… magari trovare degli altri luoghi magici come questo dove accompagnare i miei ospiti</em>” mi dice in ottica buoni propositi per il nuovo anno.</p>
<p>Prima di lasciare Luisa mi permetto di chiederle qual è la domanda che non vorrebbe sentirsi rivolgere da chi vuole organizzare un viaggio da lei. Qui simpaticamente sorridendo mi risponde “<em>… se qualcuno mi chiede cosa c’è da vedere… io gli rispondo niente!</em>”. Capisco immediatamente la sua provocazione. Un viaggio qui inizia già a partire dall’avere il giusto spirito. Un viaggio alla scoperta del niente è un viaggio alla scoperta di sé stessi.</p>
<p>Bene Luisa Buon Natale. Ohps a proposito. Ma da te… Lui viene direttamente a piedi a consegnarti i regali?</p>
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		<title>Sognando Firuzeh</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Sep 2009 10:46:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Bettini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
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		<description><![CDATA[Ho fatto un sogno. Ho sognato di essere in un deserto. Il cielo era completamente stellato. Lo spazio attorno a me era infinito. Nel silenzio più completo, c&#8217;era solo il battito del mio cuore a scandire il tempo. In me ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ho fatto un sogno.<br />
Ho sognato di essere in un deserto. Il cielo era completamente stellato. Lo spazio attorno a me era infinito. Nel silenzio più completo, c&#8217;era solo il battito del mio cuore a scandire il tempo.</p>
<div id="attachment_658" class="wp-caption alignleft" style="width: 235px"><a href="http://www.ilmecenatedanime.it/wp-content/uploads/2011/02/soltanieh-iran.jpg"><img class="size-full wp-image-658" src="http://www.ilmecenatedanime.it/wp-content/uploads/2011/02/soltanieh-iran.jpg" alt="" width="225" height="159" /></a><p class="wp-caption-text">La cupola di Soltanieh in Iran Patrimonio dell&#39;Umanità e dell&#39;Unesco</p></div>
<p>In me vigeva una tranquillità unica. Non esisteva nessun senso di smarrimento. Anzi, nonostante fossi lì per la prima volta, quel luogo mi sembrava familiare.<br />
Tutti i miei sensi erano amplificati, come se avessi preso piena conoscenza di me. Del mio corpo. Del mio spirito.</p>
<p>In lontananza vedevo una città. Dalla sagoma sembrava una città imperiale. Forse Baghdad. Chissà.</p>
<p>Mentre assaporavo tanta bellezza, da dietro una duna ho visto muoversi qualcosa. Si avvicinava a me immersa in un&#8217;aurea di luce, mentre un profumo di mandorla invadeva piacevolmente le mie narici.</p>
<p>Era una donna. Un abito blu le avvolgeva il corpo e la testa. Dal capo s&#8217;intravedeva solo una bionda chioma, mentre lo sguardo era ben visibile ed i suoi occhi azzurri brillavano nella notte del deserto. Diceva di chiamarsi <a href="http://imieideserti-firuzeh.blogspot.com/" target="_blank"><strong>Firuzeh</strong></a> e mi invitava a seguirla.</p>
<p><strong>&#8220;Non ho mai sentito questo nome. Cosa significa?&#8221;</strong><br />
&#8220;&#8230; ma dunque non lo sai: turchese. Vedi il cielo, quando non è notte, è turchese e poi diventa cobalto. Vedi queste pietre che porto al collo, azzurre senza macchia? Sono delle turchesi. Vedi i miei occhi&#8230; un giorno sono rabbiosi, un altro dolcissimi, un altro tristi e velati per poi riaccendersi di voglia di vivere, ma sono sempre azzurro turchese. Mi chiamavano così un tempo che si perde nei tempi in un luogo magico come può esserlo il mausoleo di Soltanieh, vicino a Zanjan&#8230; in Iran&#8221;.</p>
<p><strong>&#8220;Dove siamo? Dove vuoi portarmi&#8221;</strong><br />
&#8220;&#8230; lo vedi, siamo di fronte al mausoleo di cui ti dicevo. Vedi che splendore&#8230; senti in lontananza la musica persiana (violino, tombak e santour) dolce, per me rasserenante e amica, come poteva essere la voce del muezzin quando chiamava alla preghiera. Non guardarmi così: lo so che ora questa voce non piace, fa paura, ma non è così, o meglio non dovrebbe essere così. Sulle rive dell&#8217;Eufrate e Nassirya faceva paura, non piaceva e io non riuscivo a spiegare tante mie sensazioni. Ma forse avevano ragione loro: era prima del 12 novembre 2003&#8230; e dopo è stato peggio. Sai, ricordo che il giorno prima ero andata a parlare sotto un tendone in mezzo al deserto &#8211; di cose noiose, di storia &#8211; e uscendo guardai il cielo scuro con tante stelle e un vento che mi soffiava nelle orecchie&#8230; sei a casa Firuzeh, sei finalmente a casa qui nel deserto iracheno di Nassirya&#8230; che però non è stato benevolo con tutti&#8230; bando alle tristezze.<br />
Ti voglio portare invece sulla Montagna Nera dell&#8217;altopiano persiano, a passare la notte in un caravanserraglio, oppure a Shemiran, al nord di Teheran, a prendere un tè o preferisci quello alla cannella in una stazione di rifornimento vicino Muscat. Non è elegante il posto, ma il tè è uno dei migliori che io abbia mai preso. O per caso vuoi andare vicino a Mogadiscio, con in mano un bicchiere di spremuta di pompelmo rosa. Non guardarmi così: i tempi sono cambiati, ma tu viaggi nella mia mente al riparo da ogni pericolo&#8221;.</p>
<p><strong>&#8220;Da dove arrivi?&#8221;</strong><br />
&#8220;Non lo so nemmeno io, certo da questo mondo, ma quando, da quanto? Ecco sì, ora ricordo: recentemente ero in Oman, con il Genio, sai quello della Lampada, che con grande arroganza dice di essere il mio alter ego. Io veramente non gli ho dato questa autorizzazione, ma soprattutto nei wadi omaniti e nelle case locali volteggiava felice cinguettando come donnetta stupida in fondo mi son detta che potevo lasciargli credere tale follia&#8230; che è la mia follia. Ma non posso farne a meno perché debbo a lui i miei viaggi soprattutto dove lui è di casa, nel mondo incantato delle Mille e Una Notte, a Shiraz, a Ispahan; nel mondo tragicamente ferito delle rocce afgane&#8230;&#8221;.</p>
<p><strong>&#8220;Ma quindi hai viaggiato molto? Cosa hai visto in tutti questi luoghi?&#8221;</strong></p>
<div id="attachment_661" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a href="http://www.ilmecenatedanime.it/wp-content/uploads/2011/02/wadi.jpeg"><img class="size-medium wp-image-661" src="http://www.ilmecenatedanime.it/wp-content/uploads/2011/02/wadi-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a><p class="wp-caption-text">(nella foto un wadi omanita)</p></div>
<p>&#8220;Cosa non ho visto, magari? Scherzavo. Ho visto i Masai correre sugli altopiani e gli uccelli tacere al tramonto in Etiopia. Ho visto i Dervisci danzare e la rivoluzione islamica nelle vie di Teheran.<br />
Ho visto poesia, natura, la grandezza dell&#8217;essere umano e la sua meschinità; la povertà della tasca e dell&#8217;animo: la prima non mi fa paura, la seconda sì e terribilmente e ne sono stata spesso ferita. Ho visto anche la forza della vita, dell&#8217;amore inteso come dare agli altri anche senza ricevere. Non è facile credimi, ma alla fine almeno di rasserena&#8221;.</p>
<p><strong>&#8220;Cosa stai cercando?&#8221;</strong><br />
Firuzeh: &#8220;La mia identità. Credevo di averla chiara e netta davanti a me, invece sono tutta un dubbio e non mi sento più a mio agio. Ho come compagno di viaggio il Genio e solo con lui ritrovo la serenità perduta andando per i miei deserti, quelli di &#8216;sabbia&#8217; cercando per quel che posso di evitare quelli dell&#8217;anima&#8221;.</p>
<p><strong>&#8220;Ma non sei mai stata assalita dal dubbio che la felicità non possa esistere?&#8221;</strong><br />
&#8220;Sempre!&#8221;.</p>
<p><strong>&#8220;Tu mi parli di amore, di gioia di vivere. Ma nei tuoi viaggi hai visto anche il dolore, la morte, la paura?&#8221;</strong><br />
&#8220;Ho visto Lei, in faccia, l&#8217;inflessibile Signora, che ci amministra, che non ha compassione per nessuno. Sai: Lei decide &#8216;quando&#8217;; una volta mi è stata vicina, ma non mi ha voluto ed io lì invece avrei voluto essere accettata e terminare di soffrire. Adesso&#8230; non so dirti. Che ti posso confessare? Forse che in ognuno di noi c&#8217;è molta forza, anche se non lo sappiamo. Che bisogna trovare la forza per rialzarsi. Ecco dove l&#8217;amore, inteso in senso lato, aiuta a dare e a ricevere. Non è facile, è molto faticoso&#8230;&#8221;.</p>
<p><strong>&#8220;Tu credi che alla fine l&#8217;amore possa sconfiggere ogni male?&#8221;</strong><br />
&#8220;Purtroppo&#8230; no, però aiuta a vivere&#8221;.</p>
<p>Arriviamo alle soglie della città. Ci fermiamo davanti ad un grande portone intarsiato d&#8217;oro con delle pietre preziose incastonate.</p>
<p>&#8220;Ora devo andare. Devi continuare da solo il viaggio! Ma non dimenticare: di tanto in tanto chiedi al grande musicista persiano, il Maestro Paivar di accompagnarti con brani di musica del suo santoor&#8230; vedrai quanta pace scenderà nella tua mente&#8230;&#8221;.</p>
<p><strong>&#8220;E tu dove andrai?&#8221;</strong><br />
&#8220;Dove un tramonto, un deserto, un cielo mi diano gioia e serenità&#8230; ti lascio perché è soprattutto con te stesso che devi fare questo viaggio, ma ti dico: arrivederci&#8221;.</p>
<p>Mi sveglio. Penso ancora al sogno appena fatto.<br />
Mi preparo, faccio colazione ed esco per andare al lavoro. Accendo il telefonino e mi arriva un sms. &#8220;Buon viaggio &#8211; Firuzeh&#8221;.</p>
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